Quali servizi di streaming musicale suonano meglio? Scopritelo con questa infografica

Vezio Ceniccola

Negli ultimi anni i servizi di streaming musicale online si sono moltiplicati a dismisura, offrendo valide alternative per ogni tipo di utente. Quello che in pochi sanno è che ogni servizio utilizza tecniche sonore diverse per garantire la massima qualità del suono possibile, e ciò rende l’ascolto di uno stesso brano di fatto differente da servizio a servizio.

Una delle tecniche più usate per rendere più gradevole la musica riprodotta è la normalizzazione del loudness, che consiste nell’abbassamento o nell’incremento di alcune frequenze meno significative per l’orecchio umano, dando più risalto a quelle medie.

In questo modo, a seconda dei casi, il volume di alcune canzoni viene abbassato, mentre per altre viene aumentato. Il problema è che, a volte, l’algoritmo di normalizzazione non funziona alla perfezione, e causa un innalzamento innaturale del brano, introducendo distorsioni ed effetti non voluti.

Per capire quali servizi usino questa tecnica nel modo più appropriato, il sito Production Advice ha realizzato una ricca infografica di comparazione tra i più noti siti di streaming online e altri supporti di riproduzione.

A parte Spotify, che applica un limite al peak, nessuno degli altri concorrenti utilizza processi troppo agressivi sul suono, occupandosi solo del livello del volume. Quasi tutti intervengono sulla dinamica del brano, a volte aumentando anche troppo questo valore, cosa che potrebbe risultare fastidiosa per alcuni utenti.

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Infatti, spesso molti clienti di questi servizi, soprattutto quelli più attenti alla qualità del suono, si sono lamentati delle tecniche utilizzate per il miglioramento o la normalizzazione. Nella maggior parte dei casi, si tratta di algoritmi automatici, non disattivabili dalle impostazione delle app o dei siti utilizzati, e questo provoca un po’ di malcontento per coloro che vogliono godersi la loro musica preferita esattamente com’è stata creata dagli artisti.

Quello che ci possiamo augurare per il futuro è che piattaforme come Spotify, Apple Music e YouTube riescano a raffinare ulteriormente le loro tecniche di normalizzazione per rendere sempre meno evidenti i problemi da esse creati, lasciando il suono più pulito possibile. Molti servizi si stanno già orientando verso questa strada, e nel corso dei prossimi mesi anche altri la seguiranno.

Per ulteriori dettagli e approfondimenti sulla qualità audio dei servizi online citati, potete dare un’occhiata all’infografica riportata di seguito, o leggere tutti i dati e le spiegazioni sul sito Production Advice a questo indirizzo.

Via: Production Advice