Perché la serie TV Tredici va vista (e fatta vedere)

Giorgio Palmieri - E non perché è un "capolavoro"

Quando qualcosa è sulla bocca di tutti, specie se si parla di intrattenimento, è facile sentire giudizi polarizzati. “La verità sta nel mezzo” direbbe la retorica e, in linea generale, avrebbe pure ragione. Sta di fatto che di 13 Reason Why – semplicemente Tredici in italiano – se ne sta parlando tanto, forse anche troppo: e, in un certo senso, questo è un bene.

Clay Jensen (Dylan Minnette) e Hannah Baker (Katherine Langford), i protagonisti della serie. Le loro prove attoriali sono diverse spanne sopra l’intero cast. Ottimo anche il doppiaggio in italiano.

Per quei quattro che non la conoscessero, Tredici è una serie TV prodotta da Netflix che racconta una vicenda tragica, nonché tremendamente vicina alla nostra realtà: una ragazza liceale, Hannah Baker, si è suicidata, e ci sono tredici motivi per cui ha deciso di farla finita. Li ha racchiusi in sette cassette, e ogni lato di ciascuna è rivolta ad una persona in particolare, che ha causato in qualche modo la sua morte: il suo ultimo desiderio è che tutte quelle persone debbano ascoltare le sette cassette dall’inizio alla fine, per poi farle girare al resto dei membri coinvolti, in ordine numerico a seconda della loro posizione nella cassetta, in maniera tale che ognuno, prima di passarle, sappia già le colpe di tutti.

L’idea non è originale, ed infatti viene dall’omonimo libro di Jay Asher, noto perlopiù all’estero. La serie cambia però leggermente le carte in tavola, adattando e spalmando la storia, esposta nelle circa trecento pagine dell’opera letteraria, in ben tredici puntate, dove vengono approfondite le sotto trame dei vari personaggi, i vari “compagni” di Hannah. Lo spettatore, tuttavia, vive la storia principalmente dagli occhi di Clay Jensen, il quale era molto legato alla ragazza.

Le sette cassette, numerate con dello smalto blu, sono contenute in un pacchetto, all’interno del quale spunta anche una piantina della città.

L’intero show è costruito chiaramente sul principio dell’effetto Zeigarnik, il sintomo attraverso cui tendiamo a ricordare i compiti interrotti rispetto a quelli completati, e non solo per i finali confezionati appositamente per spingervi al cosiddetto atto del binge-watch. Da qui scaturisce una curiosità morbosa nel sapere le colpe, le conseguenze e le reazioni di ciascun personaggio, caratterizzato da una tridimensionalità in grado di farvi immedesimare nei loro comportamenti, proprio perché la trama si snoda sul passato e sul presente, cambiando la tonalità dei colori a seconda della presenza o meno di Hannah. Tra l’altro, si è costantemente pervasi dalla eterna speranza che lei possa tornare, prima o poi.

Che siate un genitore, uno studente, un disoccupato, o un lavoratore, non ha importanza: Tredici ha un messaggio per tutti, per le vittime e i carnefici, anche per chi lo è stato in misura minore, per chi ci sta intorno e per chi è estraneo. Lo spettatore viene trattato con maturità, e si è calati in un contesto verosimile a cui è difficile resistere, che utilizza l’espediente del thriller psicologico per dipingere il bullismo con onestà, in modo tale che possiate viverlo sulla vostra pelle.

Se per esigenze narrative (e non solo) c’è da farvi vedere una scena cruda, la serie ve la mostra; e se c’è da essere “mielosi”, senza risultare gratuiti, lo fa così bene da addolcire anche i più duri tra di voi.

Il negozio di proprietà dei Baker. È bello notare come lo show cerchi di valorizzare le piccole imprese a discapito delle grandi multinazionali con alcune inquadrature.

È una serie che cerca di smuovere qualcosa nei suoi spettatori, facendo un uso di una sorta di infotainment avvincente, capace di coniugare l’informazione con l’intrattenimento in un equilibrio perfetto; e cerca anche di aprire gli occhi su questioni che forse diamo per scontato, impegnati come siamo nella nostra vita così frenetica, stressante, piena di distrazioni e sempre più vuota di momenti di riflessione, che quasi ci siamo dimenticati come dobbiamo gestire le relazioni, e come dobbiamo comportarci.

Quante volte abbiamo preso in giro qualcuno in maniera pesante, senza rendercene conto? E quante volte abbiamo trattato male un amico o un conoscente solo perché non stavamo passando un bel periodo? È sempre un bene pensarci due volte prima di compiere un gesto o dire qualcosa, o proprio per non aprire bocca, la quale molte volte viaggia più veloce del nostro cervello.

Spesso purtroppo ce ne scordiamo, e Tredici vuole ricordare a tutti che ciascuno di noi ha una soglia di sensibilità diversa, e non sappiamo quali sono le battaglie che stanno combattendo coloro che ci circondano. Nel mentre, si riflette sugli sbagli commessi in passato, magari proprio nel periodo del liceo, dall’importanza estrema che si dà all’apparenza a come abbiamo trattato (e come trattiamo) l’omosessualità, tanto da farvi sentire degli stolti alla fine di ogni puntata, perché talvolta, anche il “non far niente,” fa male.

Il padre e la madre di Hannah, rispettivamente Andy Baker (Brian d’Arcy James) e Olivia Baker (Kate Walsh).

Siamo così annebbiati da voti e “capolavoro” dati a casaccio, che tralasciamo ciò che un’opera offre davvero. Potremmo certamente stare ore a discutere di quanto registicamente sia a tratti confusionaria, oppure di alcune scene dalla dubbia utilità, o di come le tematiche ricordino tanto Life Is Strange (siamo sicuri che la scelta dei brani della colonna sonora non sia stata influenzata dal lavoro di Dontnod?), ma alla fine il messaggio di Tredici è chiaro: dobbiamo imparare a comunicare, a trattarci meglio e a capirci, tutti noi. E non è già questo di per sé un grande traguardo, soprattutto per una semplice serie televisiva? È paradossale scannarsi con un’opinione estrema su uno show così intimo che, semplicemente, ci invita a fare il contrario.