cobalto metallo batterie

Amnesty International: dietro alle batterie c’è l’ingiusto lavoro dei bambini congolesi

Cosimo Alfredo Pina

La lista di produttori entrati, più o meno direttamente, nel rapporto Amnesty International è decisamente ricca e disegna un quadro tanto chiaro quanto inquietante.

Secondo l’ONG i grandi produttori di dispositivi elettronici, tra cui Sony, Apple, LG, Microsoft, Samsung, Huawei, Lenovo, sarebbero collegabili a situazioni di sfruttamento del lavoro minorile nella Repubblica Democratica del Congo.

La dettagliata indagine, da ben 88 pagine, riguarda nello specifico le miniere congolesi di cobalto, elemento fondamentale per la fabbricazione delle comuni batterie al litio. Nel rapporto si parla in generale di situazioni di lavoro senza alcun tipo di misura di sicurezza, spesso assegnato anche a minori, e di sfruttamento con paghe nell’ordine degli 1-2$ al giorno.

Kobalt

Congo Dongfang International Mining (CDM), sussidiaria di Huayou Cobalt, è una delle realtà che si occupa di portare il cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC) alla Cina, fungendo da anello di congiunzione tra i due continenti. Nel documento di Amnesty si spiega:

“Operante nella RDC dal 2016, CDM compra il cobalto dai rivenditori locali, che a loro volta acquistano il materiale grezzo dai minatori. CDM poi fonde il metallo nella RDC, prima di esportarlo in Cina. Qui Huayou Cobalt raffina il prodotto e lo vende ai produttori di batterie di Cina e Corea del Sud. Il ciclo si conclude con l’acquisto delle batterie dalle aziende più note (quelle menzionate in apertura NdT)”

La questione non è nuova e non è certamente la prima volta che il mondo della tecnologia viene collegato con il lavoro sottopagato e lo sfruttamento nelle nazioni meno ricche (nel senso economico del termine).

Intanto alcune aziende hanno già risposto alla pubblicazione del rapporto di Amnesty International (liberamente consultabile), tra cui Apple e Microsoft:


“Stiamo valutando dozzine di diversi materiali, cobalto incluso, con l’obiettivo di identificare rischi sul lavoro e ambientali e al contempo opportunità per Apple di attuare un cambiamento effettivo, scalabile e sostenibile. Mentre stiamo acquisendo una migliore conoscenza delle sfide associate al cobalto, crediamo che il nostro lavoro nella regione dei Grandi Laghi [africani] ed in Indonesia possa servire da importante guida per creare soluzioni a lungo termine.”

Apple



“Tenere traccia di metalli come in cobalto in una catena di approvvigionamento complessa come la nostra è estremamente difficile. […] Tracciare l’origine del cobalto metallico nei composti utilizzati per i nostri dispositivi fino al punto di estrazione è una sfida enorme. Vista la complessità della nostra catena di fornitura e il fatto che i materiali a noi forniti possano avere origini multiple, non possiamo dire con assoluta sicurezza che nessuna delle nostre fonti di cobalto non possa essere ricondotta ad estrazioni nella regione Katanga. Per creare un meccanismo di tracciabilità del genere serve un alto grado di collaborazione tra aziende.”

Microsoft

A quanto pare i produttori si giustificano con il fatto di non riuscire a rintracciare da dove arrivino le loro materie prime, ma basterà questo scarica barile ad alleggerire la questione? Ai consumatori finali per il momento non resta che rassegnarsi al fatto che dietro ai dispositivi smart si celano anche storie di sfruttamento umano ed ambientale, a cui l’unico modo per non prenderne parte sembra essere la rinuncia al prossimo acquisto.

Via: Venture Beat