Jibo - 1

Alla scoperta di Jibo, il piccolo robot che vuole sfidare Google Home e Amazon Echo (foto e video)

Andrea Centorrino -

Cos’è Jibo – Il nome “Jibo” viene dal giapponese, in cui la parola assume un duplice significato: “padre affettuoso” e “troppo figo”, due concetti che i designer hanno cercato di integrare nel DNA del prodotto. Nell’agosto del 2014, un’omonima startup con sede a Boston ha lanciato una campagna sul sito di crowdfunding Indiegogo, per finanziare lo sviluppo di un piccolo “robot sociale” per la casa.

All’epoca Amazon Echo e Google Home non erano ancora stati presentati, ma in Jibo convergevano già tutte le caratteristiche che oggi ci si aspetta di trovare in un assistente domestico (accesso ad una vasta gamma di informazioni ed azioni tramite comandi vocali), con in più funzioni futuristiche come una doppia fotocamera stereoscopica, un piccolo schermo touch, ed alcuni motori per farlo muovere sul posto (e per eseguire azioni come il tracking della persona con cui sta interagendo). Tutto questo contenuto in 28 cm per 2 kg di peso.

Il prodotto è nelle fasi finali di test prima del lancio, previsto nei prossimi mesi, ed in occasione di un “Aperitivo Scientifico” presso il Consolato Italiano a Boston, abbiamo avuto modo di scambiare qualche parola con Roberto Pieraccini, il responsabile del team che permette a Jibo di analizzare e comprendere la voce umana.

Roberto Pieraccini nasce in Italia, e dopo la laurea in Ingegneria Elettronica presso l’Università di Pisa, si forma in diverse società, come lo CSELT (Centro Studi e Laboratori Telecomunicazioni, i cui resti oggi fanno parte principalmente di TIM) di Torino, specializzandosi in riconoscimento vocale. Negli anni ’90 attraversa l’Atlantico ed approda ai Bell Labs (oggi parte di Nokia), primo di diversi laboratori negli Stati Uniti in cui metterà a frutto, ed amplierà, la sua esperienza. Nell’ultimo decennio ha preso parte a diverse startup, fino ad arrivare, nel 2014, a Jibo inc.

Su espressa richiesta di Pieraccini, per politiche aziendali non abbiamo potuto scattare foto o registrare video del prototipo portato all’evento, ma questo non ci impedisce di descriverne il funzionamento.

La parola chiave per attirare la sua attenzione è “Hey Jibo”: il piccolo robot si volterà così verso di noi in attesa della richiesta. Sarà possibile chiedergli informazioni di carattere generale, come notizie su qualcosa o qualcuno (le risposte verranno estratte da varie fonti, come ad esempio Wikipedia), il meteo, una barzelletta, di ballare (avete letto bene! – NdR), o di scattarci una foto attraverso una delle sue fotocamere: l’anteprima verrà poi mostrata sul touchscreen.

Quando non deve mostrare informazioni a schermo, su Jibo verrà visualizzata l’animazione di un simpatico occhio: una delle motivazioni di questa scelta “ciclopica” risiede nella volontà di non scatenare reazioni ancestrali quando, magari di notte ed al buio, entrando in una stanza potremmo trovare due occhi a fissarci (anche se di notte dovremmo trovarlo “a dormire”, visto che dovrebbe rispettare i cicli circadiani del fuso orario in cui si trova). In futuro, sono in programma aggiornamenti per mostrare anche emozioni.

In questa prima versione, Jibo parlerà solo inglese, ma grazie ad alcuni finanziatori asiatici (fra cui Samsung Ventures, Acer e LG Uplus), in seguito arriveranno anche cinese e giapponese. La domanda naturale da porre a Pieraccini a questo punto è stata se, e quando, Jibo avrebbe parlato italiano, e la risposta non è stata delle più promettenti (ma ormai, fra Google Assistant ed Alexa, ci abbiamo fatto il callo – NdR): essendo una piccola startup, mancano i fondi; nel caso in cui qualche generoso investitore si volesse fare avanti, saranno ben lieti di lavorarci.

Grazie ai microfoni ed alle videocamere, Jibo riconoscerà la persona con cui sta interagendo, e fornirà informazioni pertinenti. Nonostante le fotocamere stereoscopiche, Jibo non è ancora in grado di interpretare lo spazio che lo circonda, ma non è esclusa un’implementazione futura.

Jibo si appoggia ad una società esterna per il riconoscimento vocale, mentre l’elaborazione delle informazioni è stata realizzata nei laboratori della società: ingegneri, artisti, game designer, si sono occupati di creare la personalità del robot, in modo da fornire informazioni in maniera sempre nuova e mai ripetitiva.

“Two Jibo walk into a bar: got it?”

L’elaborazione delle richieste verrà fatta per la maggior parte nel cloud, e le azioni (skill) a disposizione del piccolo robot sono destinate a crescere, grazie allo SDK già disponibile sul sito. Sono stati organizzati diversi hackathon, sia negli Stati Uniti che in Israele, per dare modo agli sviluppatori di cimentarsi nella realizzazione di nuove funzioni, al momento non ancora divulgate.

Jibo inc. ovviamente si preoccupa della privacy dei propri utenti: i dati raccolti saranno criptati, e per gli stessi impiegati sarà impossibile decrittare i dati salvati ed associarli ad un determinato utente. Il mettersi in casa un sistema composto da videocamere e microfoni desta sempre qualche preoccupazione, ma al di là dei sistemi di sicurezza implementati, la base di Jibo si illuminerà ogni volta che entrerà in funzione, in modo da sapere esattamente quando è in ascolto e quando registra video.

La fiducia si perde molto facilmente

Roberto Pieraccini

La animazioni che contribuiscono a rendere Jibo così accattivante sono curate da un team di animatori, alcuni ex-Disney Imagineer. La filosofia del movimento segue quella del “line of action”, che attraverso le flessioni di una linea di riferimento (come potrebbe essere la spina dorsale, o l’asse centrale di Jibo), restituiscono l’idea di dinamicità e movimento.

Proprio la sua dinamicità lo propone come “robot sociale”: nonostante non possa muoversi dalla sua posizione, insieme alla sua personalità, vince facilmente le simpatie degli utenti. Il target di riferimento, al momento, è quello delle famiglie, degli anziani (per i quali potrebbe servire sia da compagnia che da promemoria per medicine e cure, ma anche per eventuali chiamate di soccorso), delle persone con disabilità o traumi (autismo, disturbo post-traumatico da stress, ecc.), nonché, come dice scherzosamente Pieraccini, da “weight-watcher”, andando a bacchettare l’utente nel momento in cui apra il frigorifero al di fuori degli orari dei pasti.

Jibo, da buon assistente virtuale, interagirà anche con la nostra “casa intelligente”: tramite integrazione proprietaria sarà possibile chiedere di accendere questa o quella luce, di regolare la temperatura e, tramite IFTTT (If This Then That), di integrarlo in qualunque flusso di lavoro, non necessariamente vincolato alla domotica o all’IoT (Internet of Things). Ci si potrà interfacciare al piccolo robot anche tramite app, per il momento solo per associarlo ad un a rete Wi-Fi, aggiungere utenti al “loop” (le persone che Jibo riconosce), e scaricare le foto salvate. In futuro sarà possibile anche “videochiamare casa”, come mostrato nel video dimostrativo che trovate a fine articolo.

Nel 2014 era possibile pre-ordinare Jibo per 650-750$ : il rilascio sul mercato, per lo meno negli Stati Uniti, è previsto entro l’anno ad un prezzo “equiparabile ad un dispositivo ad alto contenuto tecnologico, come l’iPad“. Non proprio economico dunque, specialmente se comparato con prodotti più statici (ma compatti). Basterà la simpatia di Jibo a convincere gli acquirenti americani?