protesi controllata dalla mente

La prima protesi interfacciata direttamente con il sistema nervoso (video)

Cosimo Alfredo Pina

Quello che fino ad oggi era rimasto dentro ai laboratori, diventa adesso realtà: il ricercatore svedese Max Ortiz Catalan è riuscito ad impiantare con successo la prima protesi interfacciata direttamente con nervi e muscoli ed in grado di essere controllata dalla mente del paziente.

L’intervento tenutosi nel gennaio 2013, ha permesso al paziente di riacquistare l’uso di mano ed avambraccio, a dieci anni dall’incidente. Il processo medico utilizzato è detto osteointegrazione, che prevede la fusione tra uomo e macchina in maniera diretta:

“Il braccio artificiale, direttamente connesso allo scheletro, è in grado di fornire elevata stabilità meccanica. Le terminazioni nervose ed i muscoli sono interfacciati all’elettronica della protesi tramtite elettrodi neuromuscolari. Il risultato è un’armonia funzionale tra uomo e macchina.”

Fino ad oggi anche le più sofisticate protesi, dette mioelettriche, si avvalevano di elettrodi esterni, posizionati sulla pelle, che a causa di questo limite non forniscono la precisione richiesta dai movimenti più fini. Il paziente sottoposto all’innovativa operazione è invece in grado di utilizzare la sua nuova mano per compiti di tutti i tipi, dal guidare un camion al maneggiare un uovo. L’intima connessione con il sistema neuronale, permette una gamma di movimenti più ampia, rispetto alle protesi mioelettriche.

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Il prossimo step della ricerca vuole portare ad un livello maggiore l’interazione con il corpo, creando un sistema di feedback in grado di inviare segnali al paziente, che tornerà ad avere una sensibilità tattile. I risultati dell’intervento sono stati resi pubblici a più di un anno di distanza, in quanto il gruppo di studio ha voluto appurare come la stabilità del sistema sia a lungo termine.

Quando parliamo di ricerche in campo scientifico le scoperte annunciate, sebbene siano alla base degli sviluppi futuri, ci suonano spesso lontane dalla vita reale. Lo studio portato avanti dal gruppo di ricerca di Ortiz Catalan ha puntato sulla soluzione pratica, che speriamo diventi presto una realtà diffusa, in grado di aiutare i pazienti a recuperare l’uso del proprio corpo.

 

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