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Perché la morte “ufficiale” della legge di Moore non dovrebbe preoccuparvi

Cosimo Alfredo Pina

Dopo 51 anni di servizio è giunto il momento di dare il saluto alla legge di Moore. Il modello predittivo che vede la potenza di calcolo dei processori, o meglio del numero di transistor in questi presenti, raddoppiare ogni 18 mesi (un anno nella priva versione della legge), è giunto al suo limite.

Sono anni che si parla della fine della legge di Moore, sorprendentemente precisa per essere un modello del 1965 basato su meri dati sperimentali, ma adesso sono proprio la comunità scientifica e l’industria dei semiconduttori a riconoscere che è il momento di passare allo sviluppo di nuove soluzioni, alternative al chip di silicio.

Se fino ad oggi è stato sempre (più o meno) possibile miniaturizzare sempre più i transistor e quindi aumentarne la concentrazione dentro i processori, i limiti tecnici e teoricamente anche quelli fisici sono aspetti insormontabili che fermeranno l’avanzamento della curva di Moore.

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Ad oggi le aziende come Intel, di cui Moore è stato co-fondatore, riescono a realizzare transistor da 14 nm (un nanometro è un miliardesimo di metro), gli stessi impiegati su Skylake.

Proprio con il ritardo della generazione successiva agli Skylake, la cosiddetta Cannonlake pianificata in principio per il 2016 ma che non arriverà prima di metà 2017, è stato dimostrato come sia difficile procedere verso transistor sempre più piccoli.

Il riconoscimento della morte della legge di Moore non significa comunque che l’industria dei semiconduttori si fermerà. Nei prossimi anni è probabile che l’andamento dei processori seguirà la legge di Rock (o seconda legge di Moore) secondo cui il numero dei transistor raddoppia ogni quattro anni, magari grazie anche materiali e processi innovativi, diversi da quelli basati sul silicio.

Inoltre lo spostamento del mercato dal settore PC a quello mobile getta altri interessanti scenari in cui le ottimizzazioni siano incentrate non solo sulle CPU, ma anche verso tutti gli altri moduli hardware (memorie, chip grafici, sensori, radio…) e il concetto di cloud computing, che sempre più si dimostrano essere parte determinante dell’esperienza finale.

I prossimi anni si annunciano dunque pieni di sfide per la statunitense Semiconductor Industry Association e associazioni simili, ma sono proprio momenti come questi che in passato hanno dato vita all’hi tech come lo conosciamo e da appassionati non resta che rimanere in curiosa attesa di sapere cosa riserva il futuro del mondo hardware.

Via: Ars TechnicaFonte: Nature