Two white dwarf stars orbiting each other every 5 minutes.

Le onde gravitazionali sono state osservate per la seconda volta

Cosimo Alfredo Pina

Quando l’11 febbraio scorso veniva annunciato come la comunità scientifica fosse riuscita a dimostrare l’esistenza delle onde gravitazionali, si sapeva già che avrebbe aperto un nuovo mondo dell’osservazione dell’universo. Infatti le onde gravitazionali sono state nuovamente osservate.

Come successo a settembre 2015, periodo in cui è stata effettivamente registrato il fenomeno, la misurazione è stata possibile grazie ad una collisione tra buchi neri distanti 1,4 miliardi di anni luce dalla terra, uno grande otto volte il Sole, l’altro quattordici volte.

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Ancora una volta a captare le sfuggenti entità fisiche sono stati i LIGO, i potenti e precisi interferometri laser installati negli negli USA. La misurazione risale al 26 dicembre 2015, ma solo dopo mesi di elaborazioni e convalide è stato possibile pubblicare il risultato, che sarà riportato sulla rivista scientifica Physical Review Letters.

La dimensioni dei buchi neri, molto più piccoli di quelli della prima osservazione, hanno permesso di registrare più dati, in quanto l’impulso è stato più lento anche se più debole e perso nel segnale di fondo. Il merito scovare i dati dal rumore di fondo è stato di un supercomputer addestrato nel riconoscere le onde gravitazioni.


“Questo risultato fissa l’era dell’astronomia delle onde gravitazioni. Questo ci dimostra che i dati inizieranno a fluire e ci permetteranno di mappare molto più approfonditamente l’universo.L’osservazione di due eventi così forti in appena quattro mesi di attività, ci fa capire quanto spesso potremmo sentir parlare di onde gravitazionali in futuro. Il LIGO ci offre un modo nuovo di osservare alcuni dei fenomeni più oscuri eppure più energetici del nostro universo.”

Susan Scott dell'Australian National University School of Physics and Engineering di Canberra

Per ora stiamo quindi “solo” raccogliendo dati in una maniera mai fatta fino ad oggi; ancora non sappiamo a cosa ci serviranno ma in un’era in cui fare scoperte è sempre più difficile, avere un tipo nuovo di elementi è sicuramente un buon punto di partenza.

Via: CNETFonte: Physical Review Letters