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HOMEFRONT

Homefront: The Revolution poteva essere un gran gioco, ma… (recensione)

Giorgio Palmieri - La tortuosa gestazione di Homefront: The Revolution ha distrutto le sue buonissime intenzioni. Scoprite il perché nella nostra recensione completa.

Recensione Homefront: The Revolution – L’adozione è un atto bellissimo quando lo si fa con amore. Quando invece ci si mettono in mezzo i soldi, in qualunque forma essi siano, beh, lì è diverso.

Prendete Homefront, ad esempio. Nato sotto l’ala protettrice di THQ, il gioco è stato ideato e sviluppato da Kaos Studios nel 2011. L’accoglienza fu tiepida al suo lancio, ma il produttore credeva nel progetto, tant’è che decise di realizzarne un seguito. Peccato che poi sappiamo tutti come è andata: THQ ha dichiarato bancarotta, Kaos Studios ci ha salutato per l’ultima volta e il franchise è stato venduto a Crytek, la società bavarese nota al pubblico per il primo Far Cry e i vari capitoli di Crysis. Tuttavia, i gravi problemi finanziari di quest’ultima l’hanno spinta a vendere i diritti del povero Homefront.

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Il compito di rivitalizzare questo sfortunato sequel, alla fine, lo ha avuto Deep Silver, ed in particolare Dambuster Studios, azienda di sua proprietà. Il risultato, purtroppo, rasenta il cosiddetto “salviamo il salvabile”.

Video recensione

Il seguente video riassume i concetti espressi nei paragrafi sottostanti con scene di gameplay tratte direttamente dalle nostre sessioni di gioco.

Il fine giustifica i mezzi

L’anno è il 2029. In un universo non troppo distante dal nostro, la multinazionale coreana Apex ha messo in ginocchio gli Stati Uniti per un motivo molto semplice: la stupidità dell’essere umano. Da entrambi i lati della barricata, s’intende.

In poche parole, nel gioco ci si chiede cosa sarebbe successo se la Corea del Nord fosse diventata la superpotenza mondiale, e se gli Stati Uniti la prendessero come punto di riferimento per l’acquisto di prodotti tecnologici e armi di ogni tipo. Il futuro distopico ipotizzato dagli sviluppatori ovviamente non ha sfumature: nel primo periodo davvero buio, l’America viene occupata dai coreani senza mezzi termini. Certo, la promessa su carta è quella di un aiuto, ma basta fare uno più uno per capire cosa ciò comporterebbe effettivamente. Anche perché, guarda caso, le armi dell’esercito asiatico sono talmente avanzante dal punto di vista tecnologico che possono essere utilizzate solo da loro. Tranquilli, almeno i proiettili potrete rubarli.

Cos’altro resta da fare? Una rivoluzione, naturalmente

Comunque, gli Stati Uniti sono ormai sotto il totale controllo dell’EPC, l’ente militare della Corea. Quindi, cos’altro resta da fare? Una rivoluzione, naturalmente, una di quelle capaci di spazzare via la paura al fine di instaurare un nuovo ordine sociale e riportare in auge il popolo in quanto tale.

Dunque nei panni di Ethan Brady, una recluta del movimento rivoluzionario, dovrete ispirare le persone a ribellarsi contro l’esercito. L’idea effettivamente è molto buona, e l’atmosfera che ne viene fuori mostra scorci drammatici, capaci di trasmettere al giocatore emozioni in grado persino di terrorizzarlo, specie nelle prima ora di gioco, nella quale viene delineato un quadro catastrofico e rovinoso di Filadelfia, la città in cui è ambientato Homefront.

La pioggia cade a fiumi sull’asfalto, le persone sono disperate, e la musica accompagna questi tragici istanti facendoci pensare quanto può essere brutto vivere quei momenti. Dobbiamo ammettere che la scelta di rendere muto il protagonista (non per problemi fisici, ovviamente) è sì immedesimativa ma mal si sposa con i dialoghi scritti dagli sceneggiatori. Molte scene si sarebbero risolte se solo il protagonista avesse avuto il dono della parola però, tutto sommato, la narrativa è sufficiente, ampliata da documenti interessanti sparsi per il mondo che, pur essendo espedienti un tantino abusati nell’industria, risultano coerenti con la storia e la sua impostazione.

Per la libertà

Appurata quindi la buona premessa della trama, c’è da fare i conti con un problema gravissimo, in cui il gioco paga le conseguenze di uno sviluppo travagliato e soprattutto discontinuo: il motore semplicemente non riesce a gestire una struttura del genere. Sia chiaro che il gameplay non è nulla di particolarmente innovativo né arzigogolato. Si tratta di una evidente operazione di adattamento di meccaniche provenienti dagli ultimi ultimi capitoli di Far Cry, con sezioni pseudo stealth e sparatorie in soggettiva in un mondo aperto esplorabile a piacimento dal giocatore.

Si recuperano materiali e denaro per creare o acquistare nuovo equipaggiamento, tutto in maniera intuitiva e piuttosto godibile in un certo senso. Il level design non brilla certo per ingegno, con mappe dalla costruzione altalenante: alcuni scorci sono parecchio piacevoli a guardarsi, ma altri evidenziano una totale mancanza di cura sia dal punto di vista estetico che nella realizzazione vera e propria.

Gli stessi campi di battaglia, nonostante la povertà di dettagli, tendono ad essere spettacolari perché sono popolati sia dai membri della rivoluzione che dall’EPC, e ciò crea degli scontri a fuoco sulla carta molto appaganti, ma che in pratica il gioco non è capace di sostenerli perché tecnicamente non è stabile.

il sistema di personalizzazione delle armi va ad eliminare in parte il limite delle due armi, tipico degli sparatutto moderni

Per quanto riguarda l’esplorazione, bisogna sfruttare le proprie abilità atletiche per superare gli ostacoli o, nel caso le distanze fossero un pelino più lunghe del dovuto, sarà possibile prendere una comoda motocicletta per accorciare il tempo di viaggio.

Le missioni sono estremamente derivative, eppure cercano di divertire il giocatore tramite l’ottimo sistema di personalizzazione delle armi, il quale consente al giocatore di modificare la propria arma in tempo reale. Trasformare una pistola in una mitraglietta non è mai stato così semplice, o una balestra in un temibile archibugio. Possiamo tranquillamente sottolineare che questa feature è il fiore all’occhiello della produzione firmata Dambuster Studios e va in parte ad eliminare la solita, noiosa limitazione delle due armi che ormai affligge gli sparatutto moderni, e non solo.

Tuttavia, i grattacapi iniziano a proliferare proprio quando si prende in mano il gamepad perché in ogni, singolo aspetto di Homefront: The Revolution c’è un problema, e nella maggior parte delle occasioni stiamo parlando di questioni particolarmente gravi: compenetrazioni poligonali, pop-up delle texture improvvisi, animazioni mancanti, intelligenza artificiale deficitaria e spesso ridicola e, dulcis in fundo, il frame-rate più terribile mai visto tra le produzioni di questa generazione.

Patti chiari, amicizia a scatti

Il canale Digital Foundry ha realizzato un interessante video che mette a confronto le versioni per PC e Playstation 4 del gioco. La visione è caldamente consigliata nel caso vogliate documentarvi al meglio sull’attuale stato dell’ottimizzazione del gioco.

In ogni caso, la nostra prova è avvenuta proprio su PlayStation 4 e al momento non è possibile godersi un’esperienza appagante. Più di una volta ci è capito di trovarci davanti a momenti veramente assurdi dato che persino i filmati soffrono di problemi nella fluidità, e talvolta pare di star guardando uno spettacolo in slow motion, in particolare nelle scene più concitate. E se a ciò aggiungiamo che il gameplay stesso non è allo stato dell’arte, viene da chiedersi come un prodotto del genere sia potuto arrivare nei negozi, almeno in queste condizioni.

gli scatti sono costanti, e compaiono persino durante gli auto-salvataggi

Al di là infatti delle meccaniche di base che tutto sommato funzionano, il livello di sfida è mal bilanciato, e sfoggia picchi assurdi di difficoltà dettati da un calcolo errato della mole dei nemici in corrispondenza alla struttura degli ambienti, cosa che rende impossibile l’attuazione di un piano intelligente per l’approccio stealth. Addirittura, le stesse sparatorie, coadiuvate da un feeling molto arretrato ma a tratti decente, vengono ulteriormente sminuite dai costanti scatti, anche durante gli auto-salvataggi.

La resistenza

Concludiamo l’analisi concentrandoci sul lato online del titolo, che racchiude sei missioni giocabili con un massimo di altri tre amici, in cui dovrete completare una serie di obiettivi come violare un terminale o uccidere un determinato numero di nemici, in una impalcatura che fa del “vai al punto A e poi al punto B” la principale prerogativa.

C’è un buon grado di personalizzazione del personaggio, con armi, vestiario e abilità utili a delinare il proprio stile, dal medico che rianima i compagni con una certa celerità a soldati più resistenti del normale. In teoria, le mappe sono state studiate per essere rigiocabili: in pratica dubitiamo che il giocatore medio possa affrontarle più di una volta a causa dell’esagerata ripetitività e del frame-rate ballerino, ancora lì a fare la sua sgradita presenza.

5.0

Giudizio Finale

Homefront: The Revolution non era pronto e questa sua condizione è visibile da qualunque lato lo si osservi. Il gameplay di per sé può ambire alla sufficienza grazie soprattutto alle armi modificabili in corso d’opera. Peccato che l’intero quadro sia afflitto da difetti di ogni sorta, amplificati tra l’altro da molti, troppi problemi nel comparto tecnico che non ne consentono una corretta fruizione. Apprezziamo il temerario preambolo e la volontà di portarlo alla luce nonostante la progettazione faticata che ha trascorso, ma al momento è meglio aspettare una patch risolutiva la quale, a detta degli sviluppatori, arriverà presto.

Aggiornamento: la patch rilasciata nel mese di giugno ha risolto alcuni dei bug tecnici più gravi. Malgrado ciò, il titolo di Dambuster Studios non riesce a superare la soglia della mediocrità.

PRO CONTRO
  • Buona personalizzazione delle armi
  • Si respira un’atmosfera evocativa
  • Gravi problemi tecnici
  • Meccaniche stealth stagnanti
  • Gameplay dal sapore derivativo e arretrato
  • Intelligenza artificiale da rivedere
  • Non è rifinito in nulla