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Perché Yakuza 6: The Song of Life è meraviglioso (recensione – aggiornato: disponibile!)

Giorgio Palmieri -

Recensione Yakuza 6: The Song of LifeYakuza 6: The Song of Life è lo Yakuza che abbiamo sempre desiderato. Ironia della sorte, si tratta dell’ultimo capitolo con protagonista il mitico Kazuma Kiryu, l’emblema di questa longeva saga. Peccato debba già salutarci, ma questo addio è intenso, violento ed emozionante. Ecco la nostra recensione, del tutto priva di anticipazioni narrative. Il gioco, per la cronaca, arriverà nei negozi il 17 aprile.

Editore Sega, Deep Silver
Sviluppatore Sega
Piattaforme PS4
Genere Avventura, picchiaduro a scorrimento
Modalità di gioco Singolo giocatore, multigiocatore (minigiochi)
Lingua Doppiaggio giapponese, sottotitoli inglese
Prezzo e acquisto 54,99€
Aggiornamento17/04/2018

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Video Recensione Yakuza Kiwami

I concetti espressi nei paragrafi di questo articolo sono racchiusi nel video a seguire, che include spezzoni tratti dalle nostre sessioni di gioco su PS4 Pro.

Posso godermi Yakuza 6 senza aver giocato ai precedenti?

Yakuza 6: The Song of Life vive di vita propria. Non c’è bisogno di aver giocato i predecessori per godersi la storia, perché l’avventura si basa più che altro su personaggi nuovi, e su una vicenda che orbita attorno alla forza dei rapporti familiari.

Certo è che l’aver giocato almeno i recenti capitoli per PS4 (Kiwami e 0) vi aiuterà nella totale comprensione di certi avvenimenti, data l’enorme mole di nomi presenti nel gioco, eppure gli sviluppatori hanno confezionato un’enciclopedia attraverso la quale potrete forgiare una buona infarinatura dell’universo di questa immensa saga nipponica che quasi trascende il concetto di videogioco, per ambire a qualcosa di suo, a qualcosa che solo lei può offrire. Una storia dai risvolti drammatici si diffonde ancora una volta nel picchiaduro a scorrimento, concepito però per vivere in un una struttura a mondo aperto molto particolare.

La storia, questa (s)conosciuta

Per quanto riguarda il fronte narrativo, vi è sufficiente sapere che la trama esplora, come accennavamo, la tematica familiare, e chiede a Kazuma Kiryu di mettere i tasselli al proprio posto. Ciò dà vita all’ennesima investigazione privata, che parte dal finale del quinto capitolo per poi intraprendere tutta un’altra strada, un percorso intimo dove le dinamiche mafiose sono meno invadenti, ma non per questo assenti. L’intreccio risulta curioso e accattivante, oltre che meno dispersivo rispetto ai capitoli precedenti, e questo gli permette di essere fruibile sin da subito, con un prologo comunque spaesante, vista la lunghezza delle scene d’intermezzo, ma non così traumatico come lo 0.

Le scene, peraltro, sono dirette in modo eccellente, ed evitano i continui e fastidiosi cambi di stile di Yakuza 0, sposando una regia da film più classica e funzionale, in cui ogni frase, che sia una missione primaria o secondaria, è doppiata. I discorsi in certe occasioni rimangono verbosi e prolissi, tali da diluire passaggi che potevano essere raccontati con meno parole, eppure il problema si è presentato davvero poche volte, per merito di personaggi caratterizzati egregiamente, le cui storie sono colme di retroscena interessanti.

Purtroppo l’esperienza rimane ancorata al solo, splendido, e riconoscibile doppiaggio in giapponese con sottotitoli in inglese. A facilitare la vita ci pensa la possibilità di poter fermare il filmato in qualsiasi momento, in modo tale da poter leggere i dialoghi con calma.

Questo piccolo, grande open world

Spostandoci invece sul fronte ludico, Yakuza 6: The Song of Life rimane fedele al suo personalissimo modo di intendere l’open world, e, sull’impalcatura solida dei predecessori, costruisce un sistema di progressione completamente revisionato che gira attorno a cinque valori d’esperienza, i quali si rifanno agli stilemi ruolistici, come forza, agilità, costituzione, tecnica e carisma.

Qualsiasi attività compiuta dona un certo numero di punti potenziamento, attraverso cui migliorare parametri e abilità, in una lista di mosse che abbraccia ogni aspetto della formula, persino quelli legati ai minigiochi. Fonte irrefrenabile di esperienza aggiuntiva è poi il cibo, perché, a seconda della vivanda ingurgitata negli appositi locali, i valori saliranno di conseguenza, a patto di avere spazio nel proprio stomaco, il quale si svuoterà semplicemente giocando.

A stupire, tuttavia, è la paradossale grandezza del piccolo open world di Yakuza 6, un contenitore pieno zeppo di minigiochi, molti dei quali estremamente ben realizzati, capaci di distogliere l’attenzione dalla storia principale, che alterna scazzottate e sequenze d’intermezzo, come nel più classico della serie. E si passa dai più semplici, come le freccette, il karaoke o i titoli iconici SEGA, alle novità più complesse, come il baseball con tanto di gestione del team, la riproduzione dell’intero cabinato di Virtua Fighter V: Final Showdown (abbiamo passato intere ore in sua compagnia), o la pesca subacquea, ovvero una sorta di assurdo sparatutto su binari.

Come dimenticare la colonna portante di questo sesto capitolo, il Clan Creator, una sorta di “gioco nel gioco”, uno strategico in tempo reale, spinto da un filone narrativo parallelo, nel quale bisognerà amministrare il proprio gruppo di combattenti per riportare l’ordine nei quartieri videoludicamente reinterpretati di Hiroshima e Tokyo. Visuale dall’alto, sarà necessario piazzare le proprie unità per sconfiggere quelle avversarie entro un tempo limite, con milizie divise tra soldati semplici e capitani con tanto di abilità uniche da scatenare.

Non mancano degli spazi più piccanti, dei quali non vi parleremo per lasciare a voi l’intimità, anche perché questo episodio introduce anche gli internet cafè in cui potrete chattare con delle cam girl interpretate da vere e proprie dive dell’industria a luci rosse. Il che è tutto dire.

Passiamo dunque al sistema di combattimento, anch’esso ripensato per una fruizione più immediata e apparentemente meno strategica. I vari stili di lotta introdotti nel capitolo 0 sono stati eliminati, a favore di un singolo decisamente più robusto. Questo cambio di rotta potrebbe far storcere il naso di primo acchito, ma in realtà si dimostra una scelta comprensibile, che rende l’azione meno confusionaria e meno legnosa, e più coesa, grazie alla crescita del personaggio, tramite la quale è possibile arricchire in maniera costante le capacità del protagonista, da contrattacchi a mosse speciali, fino ad arrivare alle Heat Action, attacchi incredibili con cui stendere i propri avversari, insieme alla nuovissima Super Heat Mode, che manda Kiryu in uno stato distruttivo e lo trasforma in una bestia inarrestabile.

L’aspetto più convincente delle battaglie risiede senza dubbio nella fisica degli impatti: adesso ogni colpo scaglia gli avversari e li fa contorcere dal dolore, dando quella sensazione di solidità alle lotte che mancava. Merito del nuovo Dragon Engine, un motore in grado di rivitalizzare la ormai arcinota Kamuorocho della serie, accompagnata dalla piccola ma affascinante cittadina di Onomichi. Ora si può entrare in un esercizio commerciale senza attendere caricamenti, e la stessa cosa vale per i combattimenti, visto che non c’è transizione tra la fase esplorativa e quella di battaglia: il tutto avviene senza soluzione di continuità, in un’avventura ben bilanciata, che vede dei volti e delle espressioni facciali assolutamente di prim’ordine.

La mole poligonale dei personaggi ha subito un netto miglioramento, così come la qualità del dettaglio, tutto ciò al costo di una fluidità ancorata ai soli trenta fotogrammi al secondo, con delle scalettature disseminate qua e là. È un prezzo che siamo disposti a pagare, perché la meraviglia delle cinematiche è davvero incredibile, tanto-ché la fisiologica perdita di grafica quando si passa alle sezioni interattive è mascherata talmente bene da illudere che sia un tutt’uno. Ottime poi le musiche, come da tradizione, dinamiche, adrenaliniche e gasanti, adatte alle situazioni che si andranno a creare nell’arco narrativo, che garantisce almeno una quarantina di ore di contenuti tra compiti principali e secondari, durata nella quale non ci siamo annoiati nemmeno un po’.

9.0

Giudizio Finale

Recensione Yakuza 6: The Song of Life  Giudizio Finale – Yakuza 6: The Song of Life è appassionante, coeso, bello, spassoso. È un inno al videogioco e un saluto, degno, a Kazuma Kiryu, alle prese con una famiglia acquisita un po’ fuori dalle righe. La forza sta nel suo open world, così piccolo ma così denso, così pieno di attività, di possibilità, realizzate con cura e passione, e collegate da un robusto sviluppo. E poi vince con la storia affascinante, con i combattimenti meglio articolati, col ritmo ora più bilanciato e meno confuso. La narrativa è certamente meno densa dei predecessori ma più equilibrata e carica di emozioni, nonostante la prolissità. Del resto, stiamo pur sempre parlando di Yakuza, una saga che ha fatto dei lunghi filmati un motivo di vanto, e che trova nel sesto episodio un punto d’arrivo a cui il videogioco moderno dovrebbe ispirarsi.

PRO CONTRO
  • Equilibrio nel ritmo migliorato…
  • Open world concentrato, carico di attività
  • Artisticamente e visivamente di qualità
  • Trama e personaggi interessanti
  • Ottima progressione
  • Combattimenti fisici e appaganti
  • … ma certi dialoghi rimangono verbosi
  • Alcuni passaggi narrativi diluiti
  • Manca l’italiano

Recensione Yakuza 6: The Song of Life – Trailer

Recensione Yakuza 6: The Song of Life – Screenshot