Apple, è scontro diretto con Meta e Spotify. C'è da domandarsi il motivo?

Il mantra è sempre lo stesso: i beni acquistati nelle app devono pagare la tassa dell'App Store
Apple, è scontro diretto con Meta e Spotify. C'è da domandarsi il motivo?
Alessandro Nodari
Alessandro Nodari

La regola numero uno di Apple è molto semplice, "La vendita di beni e i servizi digitali all'interno di un'app deve utilizzare l'acquisto in-app", quindi pagare alla casa di Cupertino una commissione del 30% (le migliori app per iPhone). 

Questa "legge", ripetuta in maniera non dissimile alle regole del Fight Club, ha portato all'ormai storico scontro con Epic, che è risultato in una sorta di apertura, con la possibilità per gli sviluppatori di indirizzare i propri utenti verso altri sistemi di pagamento (parzialmente). Ma questo sistema non è proprio libero, e se da un lato contrasta con le ambizioni di Spotify di vendita di audiolibri, dall'altro sta portando a uno scontro con Meta. Vediamo nel dettaglio come.

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Apple contro Meta: anche le pubblicità devono pagare le comissioni

Una parte importante del business di Meta risiede, come per molti giganti del Web, nella pubblicità. Immaginate di avere una pagina Facebook o Instagram, e di voler aumentare i vostri follower. Cosa fate?Usate il servizio di pubblicità a pagamento dell'app, che vi consente una maggiore visibilità.

Ma torniamo un momento alla prima frase di apertura. "La vendita di beni e i servizi digitali all'interno di un'app deve utilizzare l'acquisto in-app". 

Le pubblicità sono servizi digitali, quindi dovrebbero passare per l'acquisto in-app e di conseguenza pagare la commissione del 30% ad Apple, corretto? Non proprio. Questo agosto il Wall Street Journal ha pubblicato un interessante articolo in cui spiega che ci sono stati accordi segreti tra le società per evitare lo scontro diretto su questo punto. 

Ora però Apple ha cambiato le sue regole (per qualche motivo ignoto, visto che la regola numero uno del Fight Club, pardon dell'App Store, è semplice e chiara), specificando proprio che si deve pagare la commissione sulle "vendite di "boost" per i post in un'app di social media".

Questo sembra un attacco diretto proprio a Meta, perché guarda caso le altre app come Twitter o TikTok pagano regolarmente questo tipo di commissione.

Ricordiamo inoltre che la società di Mark Zuckerberg è già piuttosto nervosa, per aver perso diversi miliardi a causa delle nuove politiche di tracciamento introdotte in iOS 15 (che al contempo hanno permesso ad Apple di aumentare gli incassi pubblicitari).

La risposta di Meta non si è fatta attendere: "Apple continua ad evolvere le sue politiche per far crescere la propria attività, riducendo al contempo lo spazio degli altri nell'economia digitale". Appropriatamente, la società cita una frase del capo dell'App Store Phil Schiller durante il processo con Epic: "Apple in precedenza aveva affermato di non aver mai preso una quota delle entrate pubblicitarie degli sviluppatori e ora apparentemente ha cambiato idea".

Ma perché allora Twitter e TikTok hanno sempre pagato la commissione? E perché Apple ha cambiato le linee guida? Comunque sia, la questione secondo Meta riguarda soprattutto i piccoli inserzionisti, che vedranno lievitare i costi dei loro annunci. 

Contattata a riguardo, potrete già immaginare la risposta di Apple: "La vendita di beni e i servizi digitali all'interno di un'app deve utilizzare l'acquisto in-app".

Spotify non ci sta: vendere audiolibri in queste condizioni è impossibile

E passiamo al secondo fronte contro Apple, quello con Spotify. A settembre, il noto servizio di streaming musicale ha iniziato a vendere (per ora solo negli Stati Uniti) audiolibri attraverso la sua app. 

La proposta di Spotify è semplice: l'utente apre l'app, sceglie l'audiolibro, lo compra e lo ascolta.

Fonte: Spotify

Abbiamo già nominato la regola numero uno dell'App Store? Avete capito dove stiamo andando a parare. Per vendere audiolibri all'interno dell'app, Spotify deve pagare la commissione del 30% (per ogni audiolibro) ad Apple. 

L'alternativa? L'utente sceglie un audiolibro che desidera ascoltare (attenzione, senza che possa vederne il prezzo), successivamente Spotify invia un link per email per comprarlo via Web. A quel punto scoprirà il prezzo, che non potrà confrontare con altri prodotti. 

Il sistema non è molto invogliante, e l'azienda ha provato diverse proposte, costantemente rigettate da Apple. Secondo Spotify, la casa di Cupertino ha cambiato continuamente idea, complicando ogni volta le regole, per contrastarne le ambizioni.

Stufa, la piattaforma di streaming ha pubblicato un lungo post in cui denuncia la situazione

Fonte: Spotify

Secondo Spotify, in assenza dell'intervento governativo Apple ha dimostrato più volte che non si autoregola e non ha alcun reale incentivo a cambiare.

Ma perché non usare il metodo di pagamento in-app? Perché gli audiolibri costerebbero il 30% in più, e non sarebbero competitivi con quelli venduti direttamente da Apple con la sua piattaforma Libri. La risposta di Apple non si è fatta attendere. 

"L'app Spotify è stata rifiutata per non aver seguito le linee guida relative all'inclusione di comunicazioni in-app esplicite per indirizzare gli utenti al di fuori dell'app a effettuare acquisti digitali". 

Insomma, la prima regola è sempre quella, ed è molto semplice. E anche la seconda, in caso vi siate scordate la prima. Pagate il 30% di commissioni ad Apple.

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