La mia prima volta al Mobile World Congress | Editoriale

Giorgio Palmieri

Vivo in una città in cui i parchimetri sono un miraggio. Adesso provate ad immaginare la mia faccia mentre passeggio tra le hall del Mobile World Congress, una delle più importanti fiere al mondo sull’innovazione tecnologica, nel cuore di Barcellona: vedo robot che suonano strumenti musicali alla perfezione, vedo macchine che si guidano da sole e marchingegni che producono cocktail a seconda della traccia musicale scelta, vedo mezzi pubblici che funzionano come dovrebbero. Fantascienza, in pratica.

Per non parlare poi delle persone, cumuli, fiumi di individui ben vestiti che camminano come formiche per chissà dove, tra gli stand delle aziende di tutto il mondo. E tu le guardi negli occhi e sai che buona parte di quella gente in giacca e cravatta, sotto costosi indumenti, non si fa il bidè. Nel periodo di fiera lo vivi come un dolore, quella che per loro è forse normalità.

Ora, non starò qui ad ammorbarvi con questioni private o personali (sapevate che un evento spiacevole ha messo a repentaglio la nostra avventura spagnola? E che il vero nome di Vezio è davvero Vezio?), ma mi piacerebbe comunicarvi cosa significa ritrovarsi lì, al Mobile World Congress, per la prima volta.

È magico. È incantevole. È… spiazzante. Non vorrei badare troppo alla grammatica, alla punteggiatura, alla stesura di un buon testo. Che la mia professoressa di italiano abbia pietà di me, ma chissenefrega. Perché Baricco può farlo e io no? Almeno cercherò di essere il più comunicativo possibile. Ci provo, okay?

La fiera è enorme. Sul serio, è enorme. Non avete nemmeno idea. Le hall sono enormi. Tutto è enorme e ogni booth ha la sua personalità (lascerò raccontare le foto che trovi alla fine di questo viaggio di parole). Credo che vivere l’evento in solitaria sia un imperativo, anche solo per un pomeriggio intero. Cammini, guardi gli stand, osservi le persone, usi i tappeti automatici per muoverti più velocemente, cerchi di darti un tono per mimetizzarti tra la gente vestita bene che non si fa il bidè.

In generale, vige una regola: una parte di ciò che vedi non puoi toccarlo ed è pronto solo idealmente. E ciò che puoi toccare, probabilmente è meno entusiasmante di quanto tu creda.

I visori a realtà virtuale senza vincoli di tracciamento? Fantastici, se solo la definizione non fosse paragonabile a quella di un televisore a tubo catodico. Il 5G rivoluzionerà il mondo del cloud gaming? Eccezionale, se solo si potesse provare con mano una partita online in tempo reale, e non una sola versione dimostrativa offline di Soul Calibur VI e Ace Combat 7, che al momento ci facciamo bastare (del resto, il 5G è una rivoluzione di una portata spaventosa che forse non avete ben chiara). Gli smartphone pieghevoli? Incredibili, se solo fossero utilizzabili, e se solo non fossero apparentemente acerbi.

Ora, abbiate pazienza, non fraintendete: è un privilegio essere stato lì, a Barcellona. È un privilegio l’aver potuto quantomeno sfiorare il FlexPai, il primo smartphone pieghevole al mondo. Ma che cavolo, ci siamo fatti più di mille chilometri per vedere Huawei Mate X e Samsung Galaxy Fold in una teca? Manco fossero dei tesori destinati alla sola contemplazione? Al di là dello sfogo, capisco la classica strategia per alimentare l’attesa di un prodotto che finalmente dà una botta di vita a questa industria un po’ stagnante, dove la linea che separa il top di gamma dalla fascia bassa si assottiglia a vista d’occhio giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. Però, perdincibacco, a tutto c’è un limite.

Oltre alla strategia, sembra esserci un po’ di paura nel lasciarli nelle mani dei curiosi e anche tanta fretta. Fretta di arrivare per primi, fretta di alzare la mano per primi, fretta di uscire sul mercato il prima possibile per poi dire a tutti di essere stati i primi, in maniera tale da ricordarlo a cadenza regolare negli anni a venire. Certo, gli smartphone pieghevoli odorano di innovazione, ma forse non ancora di futuro, nonostante sembrino una figata pazzesca.

Insomma, il MWC è uno squarcio sull’avvenire tecnologico, e sta a te scegliere come viverlo, se con scetticismo, interesse, gioia, un misto tra i tre. Sei tu a dover raccontare alla tua azienda e ai tuoi lettori cosa ha in serbo per noi la tecnologia, le sue possibili applicazioni, cosa potresti farne, come potrebbe evolversi. Quello di cui scrivi ogni giorno, di cui leggi ogni giorno, lo vedi lì, prendere vita, nella sua massima espressione. È totalizzante. E dopo vai alla mensa del MWC, si mangia gratis e ne paghi giustamente le conseguenze: ho ancora i postumi di quell’insalata con salsa ai frutti di bosco.

Poi, solo poi, passi dalla sala stampa: vedi i tuoi colleghi, i tuoi amici, i tuoi rivali, percepisci la creatività di chi si ingegna nel scrivere pezzi originali e di chi semplicemente copia, di chi ricicla opinioni. Mi chiedo allora perché continui questa carriera, se non hai nulla da dire. Il tuo talento può essere utile in altri ambiti, sai?

Credo di non aver raccontato abbastanza, di non aver reso giustizia a cosa è davvero il Mobile World Congress, a cosa significa viverla, la fiera, e la ragione è semplice: sì, giocherò la carta del “è impossibile raccontarla a parole”, proprio come gli sceneggiatori che si credono furbi giustificano scelte narrative assurde con “era tutto un sogno”. Mi beccherò anche un vai a quel paese di quelli però un po’ più volgari, ma spero abbiate vissuto anche solo un briciolo del mio, del nostro entusiasmo durante il gargantuesco evento spagnolo, dell’eccitazione, forte, di vedere quel capolavoro che è la tecnologia più da vicino, di sentirla nelle vene, dell’emozione di ammirare cosa siamo in grado di fare come esseri umani. Anche se non ci facciamo il bidè.

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Foto Mobile World Congress