Se volete la privacy, preparatevi a pagarla cara (Opinione)

Giuseppe Tripodi -

Per anni abbiamo utilizzato un gran numero di servizi convinti che tutto fosse gratis, che tutto ci fosse dovuto: GMail, Google Foto e Facebook sono solo un piccolo esempio delle app installate sui dispositivi di tutto il mondo, che forniscono servizi incredibili chiedendo in cambio solo una cosa: i dati personali.

Il business dei dati, su cui si basa la profilazione personale e il marketing mirato, sta lì da parecchio tempo e negli anni è cresciuto sempre di più, nella totale noncuranza di buona parte delle persone. Cosa vuoi che sia avere un po’ di pubblicità mirata? È una comodità, non un problema. Poi, però, è arrivato lo scandalo Cambridge Analytica a ricordare a tutti che il business dei dati personali può avere un costo reale, delle conseguenze sul mondo.

E allora qualcuno si è fatto qualche domanda in più.

Lo scandalo di Cambridge Analytica ha portato Zuckerberg a dover rispondere della gestione dei dati personali davanti al Senato degli USA e al Parlamento Europeo. Foto via: CNN

Intendiamoci, chi è consapevole di come funziona questo business e sceglie deliberatamente di pagare i servizi con i propri dati personali non ha molto da temere: basta essere coscienti che tutto ciò che si vede online, dalla pubblicità ai suggerimenti per gli acquisti, dai risultati delle ricerche Google ai post politici su Facebook, non è casuale, ma frutto di un’incredibile profilazione personale (tanto azzeccata che a qualcuno sembra addirittura di essere ascoltato).

Ma cosa succede se da domani decidete di farla finita con questo data busines e di tutelare la vostra privacy online? In primo luogo, preparatevi a rispondere alla schiera di tutti quelli che ma cos’hai da nascondere?, convinti che solo i serial killer possano essere interessati ad avere maggiore riservatezza. Oltre questo, preparatevi anche a cambiare radicalmente le vostre abitudini, magari seguendo uno dei numerosi tutorial online.

Ma cambiare le proprie abitudini e installare qualche plugin potrebbe non bastare, perché uno degli stumenti maggiormente responsabili della profilazione personale è sempre con noi, nelle nostre tasche. Navighiamo online con lo smartphone, guardiamo le mappe sullo smartphone, manteniamo le relazioni con lo smartphone e, se per fare tutto questo utilizziamo strumenti di Google, Facebook o Amazon, la battaglia è persa in partenza.

Poi è ovvio, c’è anche modo di usare Android curandosi della propria privacy: basta acquistare uno dei rarissimi modelli di smartphone sprovisti di servizi Google, oppure estirpare tutte le app di BigG grazie al root o anche installare una custom rom senza le GApps. Poi cercare strumenti alternativi, usare F-Droid come store per le app, Firefox (con le giuste estensioni) come browser, DuckDuckGo come motore di ricerca, eccetera eccetera. Tutte cose interessanti e fattibili per gli utenti appassionati del settore, ma che risultano virtualmente impossibili per la casalinga di Voghera, per chi vuole semplicemente usare uno strumento senza perderci troppo tempo.

Oppure potete comprare un iPhone.

Ovviamente adottare iOS non è sufficiente ad evitare la profilazione (se continuate ad utilizzare Facebook, Google e compagnia, poco cambia), ma da anni Apple fa della privacy uno dei suoi punti di forza: c’è un’intera sezione del sito ufficiale in cui la società di Cupertino racconta per filo e per segno come tuteli i dati personali, non vendendoli ad aziende di terze parti.

Alcuni dei punti evidenziati da Apple sulla pagina Privacy. Chissà a chi saranno rivolte le frecciatine?

Nell’ultimo WWDC, Apple ha rincarato la dose: dal palco Craig Federighi ha annunciato che la prossima versione di Safari per Mac bloccherà i sistemi di tracking, per tutelare la privacy degli utenti. Federighi non è andato per il sottile e le allusioni a Facebook sono tutt’altro che velate.

Apple's new Safari feature

How Apple wants to protect you from Facebook.

Pubblicato da The Verge su Lunedì 4 giugno 2018

 

We’ve all seen these like buttons and share buttons, and these comment fields. It turns out these can be used to track you, wether you click on them or not. And so this year, we are shutting that down.

Ovviamente, questa non è la soluzione a tutti i mali del mondo ma solo una piccola, importante presa di posizione, che va ad aggiungersi a tutti gli altri accorgimenti della mela in termini di privacy.

Nella conferenza stampa che si è tenuta dopo il WWDC, ad esempio, Tim Cook ci ha tenuto a precisare che Apple non è mai stata interessata al business dei dati persoanli, specificando di non aver mai ricevuto o richiesto dati personali degli utenti da parte di Facebook.

D’altra parte, in un’intervista alla CNN, lo stesso Tim Cook ha detto di considerare la privacy un diritto umano fondamentale, spiegando come questa percezione sia uno dei cardini di Apple.

A tal proposito, nella prima beta di iOS 12 sembra che Apple abbia anche risolto un problema che permetteva di eseguire attacchi brute force sul PIN di sblocco, tagliando le gambe alla società di sicurezza che aveva sfruttato questa falla per sbloccare il famigerato iPhone di San Bernardino.

Insomma, la società di Cupertino ha deciso di tracciare una linea di demarcazione netta: da una parte ci sono tutte le società che vendono i vostri dati personali, dall’altra c’è Apple che li tutela e ne fa anche una questione ideologica.

D’altra parte, se Apple non vende i dati personali degli utenti non lo fa (solo) per ragioni ideologiche, ma perché non è il suo modello di business. La società della mela ha costruito un solido rapporto di fiducia con i suoi utenti, che gli permette di vendere a caro prezzo i suoi prodotti e fare ampissimi margini di guadagno dalla vendita di hardware e software.

Quanto costa, quindi, la privacy di Apple? Vi bastano 1.189€ per comprare un iPhone X. Poi, se volete conservare tutti le foto in cloud e fare a meno di Google Foto, aggiungeteci 10€ al mese per 2TB di iCloud. E comunque si sa che i prodotti della mela danno il meglio solo se usati in combinazione, quindi mettete in conto anche un 2.899€ per un Macbook Pro 15″.

Intendiamoci: ovviamente qui stiamo parlando di costi per il non plus ultra e, volendo, si può risparmiare qualcosa (magari con i modelli precedenti) ma, a prescindere da tutto, che Apple abbia deciso di prendere una posizione così netta sulla privacy e di farne un cavallo di battaglia dei suoi prodotti e servizi è un bene per tutti.

È un bene per la società che ha un valore aggiunto non da poco, è un bene per i suoi utenti che possono godere di tutta l’attenzione possibile per i dati personali ed è un bene anche per chi non utilizza dispositivi Apple, che beneficerà indirettamente di questa maggiore attenzione sul tema.

Quel che rimane, però, è che se non siete degli smanettoni, se volete la privacy, dovrete pagarla cara. E con questo non intendo tanto far le pulci ad Apple, quanto evidenziare come – attualmente – non esistano soluzione economiche  per chi vuole mantenere la propria riservatezza senza spendere un capitale.

Un po’ triste, considerando che qualcuno ne parla (legittimamente) come un diritto umano fondamentale.

Crediti immagine: induced.info