Oggi il mondo celebra Shigetaka Kurita: lo avete mai sentito nominare?

Nicola Ligas Il papà delle emoji non è nemmeno lontanamente famoso quanto le sue creazioni.

Oggi è il World Emoji Day, la giornata mondiale delle emoji, una ricorrenza nata quattro anni fa per celebrare l’opera di Shigetaka Kurita, l’inventore delle celebri faccine.

Kurita, appena 25enne all’epoca, creò la prima emoji nel 1999 (o meglio: la rese pubblica in quell’anno). All’epoca lavorava per NTT docomo (il maggiore operatore nipponico), in particolare sulla piattaforma i-modeun protocollo per lo scambio di dati su piattaforme mobili, che consentiva di navigare su siti appositi e di sfruttare alcuni servizi, tra i quali email, suonerie, giochi ecc. Si tratta in un certo senso di un’alternativa al WAP, che forse alcuni di voi ricorderanno. Il succo è che, al contrario delle odierne connessioni mobili che abbondano di gigabyte, all’epoca ogni bit era prezioso, anche perché le email che potevano essere scambiate su i-mode erano limitate a 250 caratteri, quindi lo scopo era proprio “dire di più, con meno”.

Kurita lavorò infatti su una griglia di 12×12 pixel, ovvero 144 punti, che occupavano circa 18 byte di dati, il che significa che per contenere il set iniziale delle prime 176 emoji bastavano appena 3 kilobyte. Il set originale di emoji è quello che potete vedere nell’immagine di apertura (e ingrandire nella mini-galleria a seguire), ed è ormai diventato così iconico da far parte della collezione del MoMA. È però affascinate osservare anche uno dei bozzetti originali di Kurita, che ci dà un’idea di come siano nate le emoji stesse.

La parola emoji viene dal giapponese  絵 (“e,” immagine), 文 (“mo,” scrittura) e 字 (“ji,” carattere). I kanji, i caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese sono già un linguaggio altamente simbolico, tanto che sia le emoji che i kanji possono essere definiti degli ideogrammi, ma le affinità finiscono qui. Lo stesso Kurita ha dichiarato di non essersi ispirato ai kanji, quando ad altri elementi della cultura giapponese, come i manga.

A dispetto del successo odierno, le emoji rimasero confinate in Giappone per quasi un decennio, nel quale spopolarono. Furono infatti incorporate nell’Unicode
(un sistema di codifica internazionale, indipendente dalla lingua) solo nel 2010, ed in quello stesso anno 722 emoji furono rilasciate sia su iPhone che su Android, dando di fatto il via alla loro espansione d’oltremare, complice il successo degli smartphone stessi ed il perfetto connubio tra i due.

Giusto per mettere le cose in prospettiva, oggi si possono contare 2.789 emoji nell’elenco ufficiale dell’Unicode stesso. Le emoji odierne poi non hanno più i limiti di allora, dato che ormai vengono per lo più create in grafica vettoriale, il che significa che possono essere scalate a qualsiasi risoluzione vogliate. Pensateci bene in effetti: quanto tempo fa avete visto l’ultima emoji “pixellata” della vostra vita?

Via: CNN