Perché Google ha dovuto pagare 20 milioni di dollari a EcoFactor

Google è stata condannata a versare 20 milioni di euro per aver violato i diritti di brevetto della società EcoFactor
Perché Google ha dovuto pagare 20 milioni di dollari a EcoFactor
SmartWorld team
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Venti milioni di dollari. Tanto dovrà scucire Google dopo aver perso una causa in materia di violazione della proprietà intellettuale. Il gigante di Mountain View è stato infatti condannato lo scorso febbraio da una giuria del Texas occidentale per avere utilizzato impropriamente, nella sua linea di termostati intelligenti Nest, alcuni brevetti facenti capo a EcoFactor, una società fondata nel 2006 con sede a Palo Alto, in California, che si occupa di vendere servizi di risparmio energetico per la casa intelligente attraverso utility, aziende HVAC e fornitori di banda larga.

Davide contro Golia, una sfida a colpi di… diritto

È il classico esempio di Davide contro Golia, una sfida impossibile eppure sovvertita sotto i colpi del diritto. Nonostante le due società si trovino ad operare in mercati diversi e con un fatturato praticamente agli antipodi, questo non ha impedito a EcoFactor di far valere le proprie ragioni dopo un procedimento che durava ormai da due anni. Nell'incartamento di ben 58 pagine presentato dalla piccola società californiana il 17 giugno del 2020 davanti a una corte del Texas occidentale, EcoFactor ha puntato il dito contro la serie di dispositivi Google Nest, ritenendosi parte lesa. Secondo le pretese attoree, Big G avrebbe infatti utilizzato indebitamente alcuni brevetti di EcoFactor, con particolare riferimento alla tecnologia per ridurre in automatico il consumo di energia durante i picchi di domanda. Nessuna autorizzazione concessa, né tantomeno un versamento delle royalty alla società che deteneva la proprietà intellettuale.

Google ha sempre assunto una posizione difensiva sul punto: non soltanto ha negato il misfatto, ma ha anche sostenuto l'invalidità dei brevetti di EcoFactor. Una tesi che però non ha convinto pienamente i giudici del Texas, che hanno condannato la società di Alphabet a versare una somma forfettaria di poco superiore ai 20 milioni di dollari a titolo di ristoro per il pregiudizio subìto dal gigante di Mountain View. «È l'esempio di come un'aula del tribunale sia l'unico posto al mondo per far sì che un'azienda piccola ma innovativa come EcoFactor si trovi a gareggiare su un piano di parità con un colosso del calibro di Google», è il commento «a caldo» dell'avvocato di EcoFactor, Reza Mirzaie di Russ August & Kabat, che ha espresso il proprio riconoscimento alla giuria per aver assicurato protezione a un brevetto ritenuto «fondamentale» per EcoFactor. La decisione non ha invece trovato i favori di Google, che attraverso il suo portavoce José Castañeda ha annunciato l'intenzione di proseguire la battaglia legale, impugnando il verdetto. In ogni caso, la decisione assunta dalla giuria del Texas non avrà ripercussioni sui clienti di Big G.

Non soltanto Google: le battaglie legali intraprese da EcoFactor

Google non è l'unica ad essere stata trascinata nelle aule dei tribunali dalla piccola società di Palo Alto. EcoFactor ha infatti già intentato azioni legali di questo tipo contro altre società più grandi come Amazon, Ecobee, Vivint e altre aziende nel Texas occidentale, nel tentativo di tutelare i propri brevetti relativi alla tecnologia del termostato intelligente.

Google e il caso Sonos

Per Google è il secondo schiaffo in materia di violazione della proprietà intellettuale. A inizio anno, infatti, la International Trade Commission (ITC) statunitense ha condannato la controllata di Alphabet per avere utilizzato impropriamente cinque brevetti intestati a Sonos relativi alla linea di altoparlanti intelligenti. Anche in quel caso le discussioni iniziarono nel 2020, quando la società di Santa Barbara decise di trascinare Google in tribunale per l'utilizzo indebito e il mancato pagamento di royalty di cinque brevetti sulla tecnologia multi room, che rimanda a funzioni legate all'accoppiamento in wireless tra diversi apparecchi e alla possibilità di controllare il volume dei diversi altoparlanti in modo coordinato o in modo indipendente.

In base alle accuse, il colosso di Mountain View avrebbe avuto accesso alle informazioni grazie a una partnership instaurata con Sonos nel 2013, a seguito della quale Google avrebbe messo le mani sulle tecnologie proprietarie dell'azienda di Santa Barbara. Un portavoce di Big G aveva spiegato che la sentenza emanata dalla ITC non avrà ripercussioni sulle vendite dei prodotti sul mercato statunitense, e questo perché ci sono già design alternativi che non violano i brevetti: Google, infatti, ha introdotto soluzioni alternative ai brevetti Sonos in modo da continuare a far funzionare e vendere i prodotti coinvolti. A margine della sentenza, la società americana aveva fatto sapere che eliminerà la funzione per modificare in contemporanea il volume di diversi speaker: gli utenti potranno quindi regolare il volume di ciascun speaker singolarmente, e non sarà più possibile modificare il volume del gruppo di altoparlanti mediante l'uso del pulsante fisico del volume del telefono.

Fonte: Reuters
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