Perché "tutti" lasciano Spotify

Neil Young e altri autori hanno rimosso tutta la propria musica da Spotify in polemica con il podcast The Joe Rogan Experience
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SmartWorld team
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Fuoco amico contro Spotify. Tutta colpa di «The Joe Rogan Experience», da tempo in cima alla classifica dei podcast più seguiti sulla piattaforma ma diventato calamita di critiche e polemiche per le sue posizioni apertamente no-vax e con l'accusa di veicolare false informazioni sul Covid-19. Un boomerang che è costato al colosso dello streaming svedese circa 2,1 miliardi di dollari a causa della contrazione del titolo azionario della società registrato nel periodo tra il 26 e il 28 gennaio scorso, i giorni più "caldi" dopo l'esplosiva polemica innescata dal cantautore e chitarrista Neil Young. Diversi autori hanno deciso di volgere le spalle a Spotify e persino Apple ha voluto calcare la mano contro lo storico rivale, gongolando con messaggi e riferimenti impliciti. 

Il braccio di ferro di Neil Young contro Spotify

Ad innescare la miccia è l'aut aut di Neil Young. L'autore aveva scritto una lettera aperta – pubblicata sul proprio sito e poi cancellata – in cui affermava che «Spotify sta diffondendo informazioni false sui vaccini. È diventato una forza molto dannosa a causa della disinformazione pubblica e delle sue bugie sul Covid. Bugie vendute per soldi». Nella missiva, inoltrata al suo agente Frank Gironda e e alla sua casa discografica, Young aveva chiesto di far rimuovere tutti i suoi dischi dalla piattaforma di streaming. «O Rogan o Young, non entrambi», tuonava il cantante canadese, accusando Spotify di promuovere la disinformazione sul Covid-19 attraverso podcast come «The Joe Rogan Experience». L'autore di successi come «Heart of Gold» e «Harvest Moon» aveva anche citato una lettera di oltre 200 medici e scienziati: quest'ultimi avevano chiesto alla piattaforma svedese di intervenire dopo il podcast di Rogan dello scorso 31 dicembre, ritenuto «molto controverso» per avere «promosso e diffuso ripetutamente teorie del complotto infondate, provodando sfiducia nella scienza e nella medicina». Secondo i professionisti, queste azioni non sono soltanto discutibili e offensive, ma anche pericolose dal punto di vista medico e culturale.

La risposta di Spotify non si è fatta attendere. Mercoledì 26 gennaio, il colosso dello streaming svedese ha deciso di accogliere la richiesta di Young, rimuovendo tutti i dischi del cantante dalla piattaforma. Una decisione tutt'altro priva di significato per le finanze del musicista 76enne, considerato che la piattaforma rappresenta il 60% delle sue entrate generate dallo streaming, come ammesso dallo stesso autore in un post pubblicato sul proprio sito ufficiale, ringraziando la sua etichetta discografica per averlo sostenuto nella decisione. «Ne valeva la pena per la nostra integrità e per le nostre convinzioni». Successivamente, Young ha criticato Spotify per non avere offerto l'audio lossless nella sua piattaforma, al contrario di quanto accade su Amazon Music e Apple Music. E proprio il colosso statunitense farà da terzo incomodo nel braccio di ferro tra i due contendenti.

Dal suo canto, un portavoce di Spotify ha spiegato al Wall Street Journal che la piattaforma ha provveduto a rimuovere oltre 20.000 episodi di podcast legati al Covid dall'inizio della pandemia, dicendosi rammaricata per la decisione di Neil Young ma speranzosa di poter riaccogliere presto l'artista.

L'effetto domino

La mossa di Neil Young ha generato un effetto domino, trascinando autori e personaggi di spicco nel vento di polemica. Diversi autori hanno deciso di sposare la battaglia del musicista 76enne, rimuovendo il proprio portafoglio musicale da Spotify: è il caso della cantautrice Joni Mitchell, che si è unita a Young nelle accuse rivolte alla piattaforma svedese. Tramite un post sul proprio sito ufficiale, Mitchell ha scritto che «Le persone irresponsabili stanno diffondendo bugie che stanno costando la vita alle persone», mostrandosi  «solidale con Neil Young e le comunità scientifiche e mediche globali su questo tema». Più recentemente, anche il chitarrista Nils Lofgren, membro dell'iconica E-Street Band di Bruce Springsteen e dei Crazy Horse, ha annunciato il ritiro di «27 anni di musica» da Spotify, in polemica per i podcast del no-vax Joe Rogan

Parole di incoraggiamento alla battaglia portata avanti da Neil Young provengono anche dalla cantante britannica Kate Nash, mentre Bené Brown ha invece sospeso la pubblicazione e i suoi podcast esclusivi per Spotify «fino a nuovo avviso» e persino l'ex coppia reale Harry e Meghan hanno espresso «preoccupazioni» sull'approccio del servizio di streaming. Ma a differenza degli altri, hanno però precisato di volere continuare a lavorare con l'azienda per il loro podcast «Archewell Audio», altra esclusiva di Spotify.

Il podcast The Joe Rogan Experience

Nel 2020, Spotify ha reso il podcast «The Joe Rogan Experience» una esclusiva della piattaforma, a fronte della stipulazione di un contratto dal valore di 100 milioni di dollari. I contenuti hanno conquistato la classifica dei podcast più seguiti, hanno una media di ascolto di 11 milioni di utenti e 200 milioni di download mensili. Joe Rogan, presentatore televisivo e cabarettista di 54 anni, è stato scettico sulla pericolosità di Covid-19, scoraggiando la vaccinazione nei giovani e nei bambini e promuovendo l'uso dell'invermectina (un farmaco antiparassitario) per trattare la malattia, da lui stesso utilizzata per curarsi dopo aver contratto il virus ma dall'efficacia infondata. A dicembre, il suo podcast ha ospitato Robert Malone, virologo no-vax che ha paragonato l'attuale situazione sanitaria e le misure di contenimento del virus al regime della Germania nazista e considera le misure di precauzione una forma di psicosi di massa.

Apple gongola

Chi ha tratto giovamento dal vespaio di polemiche che ha riguardato Spotify è sicuramente Apple Music. La piattaforma rivale ha infatti trollato il rivale svedese promuovendo album e playlist di Neil Young. Sulla home di Apple Music è apparsa una intera sezione We Love Neil dedicata ai più grandi successi dell'artista 76enne e in un messaggio su Twitter, ha rimarcato che la piattaforma di Cupertino è «la casa di Neil Young».

Le risposte di Spotify e Joe Rogan

Lo scalpore mediatico ha costretto Spotify a correre ai ripari. La piattaforma di streaming musicale ha infatti annunciato nuove iniziative per contenere la disinformazione sul coronavirus e rafforzare il proprio impegno nel contrasto dei contenuti che potrebbero essere pericolosi o ingannevoli per gli utenti. Spotify ha anche voluto dare un segnale rendendo pubbliche le linee guida già da tempo in vigore e che regolano la creazione di contenuti aventi ad oggetto argomenti come quelli relativi alla pandemia. Tali politiche vietano di negare la pericolosità di Covid-19 e altre gravi malattie, così come viene posto il divieto ai contenuti che incoraggiano le persone a essere infettate di proposito per costruire l'immunità. In caso di contrasto con le politiche interne, il contenuto sarà rimosso dalla piattaforma e i recidivi saranno sospesi o bloccati per sempre da Spotify. La piattaforma ha inoltre fatto sapere che inserirà degli avvisi in tutti quegli episodi di podcast in cui si parla di Covid-19: si tratta di un link ad una sezione che contiene una selezione di fonti affidabili e aggiornate per contrastare la disinformazione in materia. Anche il CEO Daniel Ek ha detto che Spotify «ha il dovere di fare di più».

Per quanto riguarda il caso specifico, The Verge ha scritto di avere ricevuto un documento interno in cui viene precisato che il podcast di Joe Rogan «non ha ancora raggiunto la soglia per la rimozione». Lo stesso Rogan ha utilizzato Instagram per pubblicare un video di risposta alla polemica, negando le accuse di diffusione di informazioni false ma confermando di avere sbagliato qualcosa. Ha poi spiegato che i suoi ospiti sono «persone molto intelligenti, esperte e qualificate e hanno una opinione diversa da quella tradizione. Non so se hanno ragione, non sono un medico. Farò comunque del mio meglio per bilanciare i vari punti di vista».

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