A quanto pare Google vuole fare fuori gli URL (ma non chiedeteci come)

Roberto Artigiani -

Chrome si è appena lasciato alle spalle i suoi primi 10 anni. Quale momento migliore per iniziare a pensare ai prossimi 10? Nel corso della sua breve vita il browser made by Google ha introdotto cambiamenti radicali nel modo in cui usiamo il web: dalla omnibox alla determinata promozione del protocollo HTTPS. Al team di ingegneri che si occupa del browser piace affrontare grandi questioni e la prossima potrebbe essere davvero grossa: ripensare l’URL.

L’URL è fondamentalmente l’indirizzo internet, quella stringa di parole contenuta nella barra superiore del browser. Se volete saperne di più vi reindirizziamo alla relativa pagina di Wikipedia, ma essenzialmente si tratta di un modo per rendere più comprensibile ed usabile la navigazione su Internet. Sono la migliore alternativa che esperti e studiosi hanno trovato finora per evitare di dover digitare complesse sequenze numeriche che identificano i siti a livello macchina.

È un dato di fatto che la complessità degli URL è aumentata di pari passo con quella del Web e ormai spesso sono diventati incomprensibili, carichi di redirect e riferimenti a terze parti e in generale troppo lunghi anche per il desktop, figuriamoci sui dispositivi mobili. Quello che è nato come uno strumento di semplificazione è diventato una patina opaca che può essere sfruttata da cybercriminali per confondere gli utenti con siti fake per truffe e link con download nefasti.

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Al di là degli aspetti criminali o legati a cattive intenzioni, in un’intervista a Wired USA il team di Chrome ha dichiarato di essere al lavoro su una semplificazione che punta a conferire maggiore identità ai siti oltre che renderli più comprensibili agli utenti comuni. Questo vuol dire stravolgere una delle basi del Web e qualunque sarà il cambiamento di sicuro sarà controverso.

Già nel 2014 andò così, quando Chrome provò a introdurre gli URL accorciati chiamati “origin chip”: semplicemente veniva mostrato nella barra solo il nome del sito, tralasciando tutto il resto, un po’ come avviene oggi su Safari. L’esperimento ebbe esito contrastante e fu abbandonato. Il team Chrome riconosce che si tratta di una questione ben più difficoltosa di quanto fosse sembrato all’inizio, nel 2014.

D’altra parte perfino la transizione verso l’HTTPS – uno standard considerato valido da tutta la comunità della sicurezza sul Web – e la scelta di mostrare le normali pagine HTTP come “non sicure” ha provocato forti reazioni. Al momento non sappiamo nemmeno vagamente quali potrebbero essere le soluzioni al vaglio, Google infatti non ha voluto fornire il benché minimo esempio. Probabilmente ne sapremo di più in autunno o la prossima primavera quando la discussione prenderà forme più concrete.

Fonte: Wired