I risultati di ricerca Google non sono così imparziali come dovrebbero essere, e nemmeno sempre precisi

Nicola Ligas Un accurato report del The Wall Street Journal getta molte ombre sui risultati di ricerca e su come questi possano essere manipolati.

I risultati di ricerca che Google mostra ai suoi milioni di utenti ogni giorno non sono del tutto neutrali, come invece ci si aspetterebbe che fossero. Ad arrivare a questa conclusione è un lungo report del The Wall Street Journal, nel quale vengono citati anonimi dirigenti dell’azienda, (ex) lavoratori ed appaltatori di vario tipo.

Per esempio, secondo il Journal le aziende più grandi sono decisamente favorite rispetto a quelle più piccole. Parliamo di pezzi da novanta, del calibro di Amazon e Facebook, ma è forse quello di eBay il caso più emblematico. Nel 2014 eBay subì infatti un brusco calo di traffico, tanto da dover ridurre le sue stime per l’anno in corso di oltre 200 milioni di dollari. A quanto pare Google aveva corretto il proprio algoritmo abbassando il ranking di numerose pagine eBay, che quindi non generavano più il traffico di prima. eBay stava già spendendo 30 milioni di dollari a trimestre di pubblicità su Google, ed alla luce di ciò decise di fare pressione su Google. Il risultato? eBay corresse alcune cose in modo da essere più “rilevante ed utile” e Google riportò in cima i ranking delle sue pagine.

Se un’azienda investe in Google, avrà qualcosa in più delle altre

Il succo è che le aziende che investono molto in pubblicità su Google, non solo ne ricevono gli ovvi benefici, ma soprattutto sarebbe Google stesso a consigliarle su come migliorare i loro risultati di ricerca. L’esempio portato dal Journal è quello di iProspect, una delle agenzie pubblicitarie che maggiormente investe in Google, il cui CEO ha espressamente ammesso che se Google aggiorna in qualche modo il suo algoritmo, il nostro team può semplicemente chiamare Google per ricevere supporto su come adeguarsi al meglio. Inutile dire che un simile trattamento non viene riservato a chiunque. Ed il mondo è pieno di casi di siti scomparsi da Google da un giorno all’altro a causa di uno dei tanti aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca. Avete mai sentito parlare, ad esempio, del “medic update“?

Non è facile verificare miliardi e miliardi di risultati

E tutto ciò senza considerare poi un altro aspetto, cioè che gli algoritmi di Google non sarebbero così neutri a prescindere. Un ex impiegato Google ha dichiarato che l’azienda tratta “casi speciali” di continuo. Inoltre, secondo un anonimo dirigente dell’azienda, nel 2016, un numero compreso tra lo 0,10 e lo 0,25% dei risultati di ricerca presentavano un qualche tipo di disinformazione o comunque erano di scarsa qualità. E se pensate che le percentuali siano basse, considerando il volume di cui parliamo si tratta di circa 2 miliardi di risultati all’anno, con informazioni non affidabili.

Le blacklist esisterebbero davvero, e non solo per questioni legali

Inoltre, sebbene l’abbia sempre negato, Google avrebbe anche delle blacklist; e tanto per essere chiari queste liste nere non hanno nulla a che vedere con le leggi sul copyright o per evitare materiale (pedo)pornografico, o sul diritto all’oblio o su qualunque altra forma di filtro “legale” dei risultati. Ad esempio, Google eviterebbe la comparsa di certi topic nei suggerimenti del suo auto-completamento. Confrontando infatti quanto mostrato da Google rispetto a DuckDuckGo o Bing dopo aver scritto “Donald Trump is…“, il Journal ha evidenziato come i suggerimenti di Google siano “più innocui”.

A sinistra Google, a destra DuckDuckGo

Si potrebbe ovviamente obiettare che sia una questione anche di politically correct, ma è impossibile sapere a priori come vengano usate queste ipotetiche blacklist caso per caso, tanto più che il Journal insiste sul fatto che i casi di “aggiustamenti” siano numerosi. Questi non riguarderebbero soltanto l’auto-completamento, ma anche i vari box sempre più presenti su Google. Parliamo del knowledge panel e degli snippet, oltre ai risultati mostrati da news, che a quanto pare sono soggetti a policy diverse da quelli dei semplici risultati di ricerca.

Pare infatti che gli stessi co-fondatori dell’azienda, Larry Page e Sergey Brin, siano in disaccordo su quanto e quando intervenire sui risultati di ricerca. Gli stessi impiegati dell’azienda potrebbero richiedere la revisione di specifici risultati di ricerca, inclusi argomenti “hot” come vaccini e autismo. Ovviamente questa pratica di per sé non ha niente di sbagliato se servisse a migliorare i risultati proposti, ma resta appunto da capire “quanto e quando” possa essere usata.

Se Google dovesse replicare al report del The Wall Street Journal ve lo faremo sapere.

Via: Phone Arena, Benton InstituteFonte: The Wall Street Journal