Apple ha definito Android un "dispositivo di tracciamento". Ma ne approfitta?

Alessandro Nodari
Alessandro Nodari
Apple ha definito Android un "dispositivo di tracciamento". Ma ne approfitta?

Sono giorni bollenti, nelle aule giudiziarie statunitensi. Non solo Sam Bankman-Fried, il re delle criptovalute, è stato giudicato colpevole e rischia fino a 100 anni di carcere, ma è in corso il processo antitrust del Dipartimento della Giustizia (DOJ) contro Google.

A settembre, nel corso della prima udienza, è spuntata una presentazione interna di Apple in cui la mela afferma, senza giri di parole, che "Android è un enorme dispositivo di tracciamento" (leggi anche: le migliori app per monitorare i prezzi Amazon).

La questione è semplice: Google è davvero così brava a fare soldi, o ha usato le sue dimensioni e il suo potere per barare e creare un campo di gioco ingiusto?   

Il Dipartimento di Giustizia è convinta della seconda ipotesi e accusa Google di monopolizzare il mercato dei motori di ricerca siglando accordi esclusivi con i produttori di dispositivi per diventare il motore di ricerca predefinito sui loro prodotti.

Per dare un'idea del fenomeno, il New York Times ha riferito che Google potrebbe pagare ad Apple una cifra compresa tra i 18 e i 20 miliardi di dollari all'anno per rimanere il motore di ricerca dominante sull'iPhone (una fetta consistente dei 26,3 miliardi di dollari spesi in totale). 

Durante il processo, che si è tenuto a porte chiuse, il vicepresidente senior di Apple Eddy Cue è stato interrogato dal Dipartimento di Giustizia sull'accordo di condivisione delle entrate tra Apple e Google e nella sua testimonianza ha mostrato la presentazione di cui parlavamo in apertura.

Il documento proviene da un allegato a un'email inviata nel 2013 dallo stesso Eddy Cue di Apple a Tim Cook, in cui si descrive in dettaglio come l'azienda compete con Google sulla privacy. Oltre al giudizio tranchant, le diapositive evidenziano le pratiche invasive sulla privacy da parte di Microsoft, Facebook, Twitter e Amazon, che fanno buona compagnia a Google.

In un'altra sezione, si spiega come l'approccio alla privacy di Apple sia migliore di quello della casa di Mountain View in quanto combina i dati tra i servizi solo quando fornisce una migliore esperienza utente, mentre Google lo fa sempre.  

Oppure si evidenzia come la ricerca vocale di Google sia legata all'account Google di un utente, mentre i dati utente di Siri sono legati solo all'assistente digitale.

Insomma, un massacro, anche se ovviamente di parte, e ovviamente fa gioco al Dipartimento di Giustizia, che ora ha pubblicato il documento. Il DOJ però offre una fotografia più ampia della situazione, mostrando come Apple non sia il paladino della privacy che vuole sembrare.

Solo pochi anni dopo, infatti, la casa di Cupertino ha contattato Google per poter accedere a quegli stessi dati che rinfacciava di raccogliere. È il 2016 e in un'email interna di Google si legge come Apple volesse che la condivisione dei dati con Google fosse reciproca.

Nell'email, il dirigente di Google afferma di aver detto ad Apple che Google non condivide informazioni su quello su cui gli utenti cliccano nella Ricerca Google.

Tuttavia, una risposta a quell'email include una proposta di scambio di dati. Purtroppo questa è stata redatta, quindi non possiamo sapere quali dati utente Google potrebbe in effetti condividere con Apple. D'altronde qui non si parla di principi, ma solo di soldi (o dei nostri dati).

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