Il mancato ritocco ai limiti elettromagnetici del 5G racconta un'Italia divisa

Tra paure, interessi e prese di posizione politiche restano limiti 10 volte più bassi rispetto ai maggiori Paesi europei
Alessandro Nodari
Alessandro Nodari
Il mancato ritocco ai limiti elettromagnetici del 5G racconta un'Italia divisa

La notizia è definitiva nella sua semplicità. Dopo aver inserito una bozza nel Decreto Asset che avrebbe dovuto portare i limiti di esposizione del 5G (sapete come attivarlo?) a livello dei maggiori Paesi europei, il Governo l'ha stralciata e nell'ultimo Consiglio dei Ministri non se n'è trovata traccia. Leggi anche: come funziona Amazon Clinic.

Fine della storia? No, almeno per il momento, perché i limiti elettromagnetici del 5G sono una di quelle storie italiane altamente divisive, alla stregua del calcio e ultimamente del Covid. 

Ma restiamo ai fatti. In Italia i limiti di esposizione per il 5G sono attualmente di 6 V/m, 10 volte meno rispetto a quelli di Paesi come Portogallo, Spagna, Francia, Irlanda, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Finlandia, Estonia e Cipro, che li hanno fissati a 61 V/m

Quest'ultimo valore è quello in linea con le raccomandazioni del Consiglio europeo 519 del 1999, che ha stabilito limiti 50 volte inferiori rispetto a quelli che la scienza considera potenzialmente nocivi.

Il dato non è stato inventato, ma è stato accolto seguendo le linee guida dell'ICNIRP, la commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti. Quindi per la scienza sono assolutamente sicuri, tanto che alcuni Paesi europei, come Olanda, Danimarca, Svezia, Lettonia e Austria li hanno fissati più elevati.

Limiti EMF del 5G in Europa. Fonte: European 5G observatory

 

Perché questa discrepanza? Perché da noi come in altri Paesi europei, come Belgio, Slovenia, Croazia, Grecia, Bulgaria, Polonia, Lituania, i campi elettromagnetici (EMF) sono visti con sospetto, e soprattutto per un motivo pratico: le antenne 5G sono piccole, quindi devono essere distribuite in maniera capillare sul territorio. La popolazione le vede, soprattutto nei piccoli Comuni, e in alcuni casi deve addirittura decidere se farle installare sul proprio tetto.

E ha paura, seguendo l'equazione "campi elettromagnetici uguale tumore" alimentata efficacemente da dichiarazioni pseudoscientifiche o vere e proprie fake news. Indipendentemente dalle quantità energetiche in gioco e dagli studi effettuati (ricordiamo che per un certo periodo si è pure diffusa la voce che il 5G ha causato il Covid, tanto per fare un esempio).

Per questo in Italia la legge quadro 36 del 2001 e poi il Dpcm dell'8 luglio del 2003 hanno fissato un limite così basso. Nel 2021 si è cercato di ritoccarlo senza successo, e ora la storia si è ripetuta. Non è che l'attuale Governo non ci abbia provato. Testualmente la bozza del decreto prevedeva che entro 120 giorni dall'entrata in vigore della legge i limiti sarebbero stati adeguati "alla luce delle più recenti e accreditate evidenze scientifiche". Poi, all'improvviso, è tutto sparito. 

Ma quali sono i punti di vista? Gli operatori telefonici maggiori ovviamente vorrebbero limiti più elevati: fissare limiti molto bassi rende tecnicamente difficile o proibitivo installare le reti, limitando così i vantaggi economici e sociali delle tecnologie mobili.

E infatti Asstel, l'associazione del settore telecomunicazioni, si dichiara delusa, affermando che con questa decisione gli operatori italiani sono costretti a creare una rete con una maggiore densità territoriale, comportando costi più elevati, tempi di realizzazione più lunghi e maggiore impatto ambientale (inquinamento visivo, consumo di energia).

Ma non è una presa di posizione unanimemente condivisa. Assoprovider, l'associazione dei Provider, ritiene che limiti più alti svantaggerebbero i piccoli e medi operatori di prossimità, con relativo effetto su aziende e occupazione. 

Nel mezzo, c'è la politica, che rappresenta, nel bene e nel male, il Paese. Per esempio Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato di Avs, si è sempre dichiarato contrario a questo innalzamento, affermando che 6 V/m sono più che sufficienti per digitallizzare l'Italia e l'unico motivo per aumentarlo è quello economico per risparmiare sugli investimenti delle infrastrutture, alle spalle della salute pubblica. 

Forse si potrebbe arrivare a un compromesso. Per esempio, a Bruxelles fino al 2021 il limite è stato di 6 V/m, poi nell'agosto di quell'anno il limite è stato portato a 14,5 V/m, il che ha contribuito ad accelerare l'implementazione dei servizi di telefonia.

A questo punto, indipendentemente dall'opinione della scienza, delle associazioni di settore e dei politici di varia estrazione, se ne parlerà al prossimo Consiglio dei Ministri.

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