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Tredici – 13 Reasons Why: la stagione finale è davvero un disastro? (recensione)

Tredici – 13 Reasons Why: la stagione finale è davvero un disastro? (recensione)
Giorgio Palmieri
Giorgio Palmieri

Ricordo ancora quel venerdì di qualche anno fa, quando spinsi il divano sotto il televisore della cucina, per simulare l’esperienza da cinema a casa. Presi il telecomando, aprii Netflix, avviai Tredici e tredici puntate dopo ne scrissi una recensione. Rimasi folgorato: la serie TV in questione dipinse il bullismo dagli occhi di un adolescente innamorato con cui era facile entrare in sintonia, e lo circondò di personalità che bene o male ritraevano i vari stereotipi liceali. Il pretesto sapeva un po’ di surreale – una normale ragazza prossima al suicidio, Hannah Baker, che trova la forza di registrare in diverse cassette i motivi per i quali ha deciso di farla finita, ciascuna indirizzata ad una persona diversa, secondo un preciso ordine – ma la serie riuscì a raccontarsi bene, in maniera verosimile, a far respirare i personaggi e a dargli motivazioni, a tal punto che in qualche modo sentivo anche io di aver dato per scontato certe cose quando andavo a scuola, di aver contribuito in passato al bullismo senza nemmeno accorgermene.

Poi scoprii che dietro c’era un libro, l’omonimo testo di Jay Asher. Lo lessi, mi piacque, e dopo vidi l'annuncio di una seconda stagione. Scelta coraggiosa, alla quale ne rispose una nuova infornata di tredici puntate un anno dopo: certo, andavano perdonati dei buchi di trama qua e là, ma è stato interessante vedere il processo e le conseguenze sulle vite dei ragazzi, causate, appunto, dalla morte di Hannah. Che dire, promossa nonostante tutto, e malgrado un finale alquanto opinabile. Tra l’altro, scrissi una recensione anche di questa seconda stagione.

E poi? Poi venne la terza, la terza stagione, quando Tredici smise di essere un dramma adolescenziale per diventare un thriller di una confusione, esagerazione e banalità disarmanti. Fu gestito tutto in modo molto strano, grottesco, con l’annuncio sui social in pompa magna di uno spoiler voluto, cioè la morte di un personaggio, così, a bruciapelo. Decisione atipica se si pensa che l’evento non si verifica nella prima puntata, ma dopo, con tanto di storia scritta come se l’utenza non ne fosse al corrente, quando la cosa era stata spiattellata ovunque nel materiale promozionale confezionato da Netflix.

Peccato, perché la terza stagione partiva da un ottimo presupposto, quello di narrare la vita del “carnefice” (che è poi il defunto), il perché si comportava in una certa maniera e il come eventualmente evitare certe situazioni, come poter recuperare un soggetto schiavo di pulsioni sessuali, di comportamenti sbagliati, di scelte sbagliate. La scrittura però tendeva ad edulcorare un po’ troppo il personaggio, di fatto maligno, solo per solleticare l’empatia dello spettatore in maniera artificiosa. La narrazione faceva acqua da tutte le parti, con i vari protagonisti, amici di sempre, che vicendevolmente e continuamente si nascondevano dettagli importanti che avrebbero potuto far durare questa stagione dieci minuti, se solo avessero parlato come fanno le persone normali. Sì, non ho avuto la forza di scriverne una recensione.

E poi? Poi venne la quarta stagione, l’ultima, la chiosa finale, che ovviamente ho visto non appena uscita, illudendomi di una possibile ripresa. Ho spinto per l’ultima volta il divano sotto la TV della cucina, ho aperto Netflix, poi Tredici e dieci (menomale non tredici) puntate dopo sono qui, a scriverne una recensione. Queste parole le ho scritte a più riprese perché ancora non riesco a capacitarmi dello spettacolo terribile al quale ho assisto.

Non sono infuriato, nient'affatto, non ho la forza né la voglia di farlo. Perché dovrei? Sono deluso, amareggiato per una serie che sarebbe potuta essere un punto di riferimento, se solo avesse raccontato i personaggi senza trasformarli in psicopatici, rimbambiti, ipocriti, se solo avessero avuto tridimensionalità. Un solo aspetto, un solo evento accaduto ne definisce la caratterizzazione di ciascuno, come se tutto ruotasse attorno ad una singola cosa.

Tra l’altro, abbiate pazienza, ma se vuoi scrivere un thriller con sfumature d'orrore, puoi per piacere non rivelare e rendere palese tutto, dico tutto, nelle prime puntate? Cioè, ora, senza addentrarci in territorio di sgradite anticipazioni – possiamo davvero considerarle sgradite anticipazioni? – , nella quarta stagione c’è “qualcuno che sta commettendo dei crimini” e nessuno riesce a capire chi possa essere stato. Nel frattempo, Clay, il nostro caro adolescente innamorato e arrabbiato, ha dei continui vuoti di memoria. Ecco, ora provate ad indovinare chi sta commettendo quei crimini. Ah, e la stagione si apre con un futuro funerale, senza però dirvi l’identità dello sfortunato: dall'altra parte, la storia martella su un aspetto, ovvero che, tra tutti i personaggi, solo uno (due al massimo) sta cercando davvero di cambiare, di essere positivo, di fare meglio, di più. Ecco, ora immaginate a chi è dedicato quel funerale.

Per non parlare poi dei crimini (Clay credo abbia accumulato tre o quattro ergastoli in un paio di puntate), della polizia che chiude troppi occhi, dei genitori assolutamente stralunati, ma meglio finirla qui, perché potremmo parlarne per ore di una sceneggiatura zoppicante, colma di leggerezze, capace di infastidire anche i più permissivi tra di voi. Vorrei poter dire che quantomeno è un intrattenimento sui generis, e forse lo è, forse è meglio della terza stagione in quanto a varietà e assortimento di situazioni, ed è senz'altro quello a trainare questo carnevale dell’assurdo, ma non è quello che volevamo dal continuo della storia scritta da Jay Asher.

Mi chiedo, dunque: di Tredici cosa rimarrà? Cosa rimarrà di quella prima stagione che ha lasciato un forte segno emotivo in migliaia di persone? Cosa rimarrà di quel libro che ha parlato a giovani e adulti, consapevoli che lì fuori ci sono una terza e una quarta stagione imbarazzanti, che faticherei a spiegare anche al più flessibile tra di voi? Be’, direi che rimarranno le cose belle. Tipo? Be’, tipo quella cosa.

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