Dracula di Netflix è una mini-serie… ok! (recensione)

Lorenzo Delli

Non prendetela come una recensione super-professionale che va, ad esempio, ad analizzare nel dettaglio quelle che sono le fonti di ispirazione di questa mini-serie BBC distribuita in Italia da Netflix. Prendetela più come una “guida alla visione” che va comunque a sottolineare pregi e difetti di una rivisitazione alquanto particolare dell’opera di Bram Stoker.

Dietro a questa mini-serie dedicata a Dracula, composta da 3 episodi di circa 1 ora e mezzo ciascuno, si nascondono Mark Gatiss e Steven Moffat. Se i due nomi non vi dicono nulla siamo qui anche per illuminarvi: si tratta dei due ideatori e sceneggiatori di Sherlock, una rivisitazione in chiave moderna del celebre investigatore che se ancora non conoscete dovete assolutamente recuperare (sempre su Netflix). Non solo: entrambi hanno lavorato alla sceneggiatura di diversi episodi di Doctor Who (Moffat è stato anche produttore esecutivo e direttore della sceneggiatura); e Gatiss è anche un attore. In Sherlock interpreta Mycroft Holmes, ed ha un piccolo ruolo anche nello stesso Dracula.

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L’impronta dei due autori si nota sin da subito: nei personaggi e nei loro dialoghi, nella costruzione ed evoluzione della storia, nei toni. C’è un grosso “ma”: guardare questo Dracula solo perché si è fan sfegatati di Sherlock sarebbe un errore. Si tratta di due serie comunque molto diverse. La visione del Dracula di Gatiss e Moffat si allontana sia da quella del romanzo originale di Bram Stoker, sia dalle varie rivisitazioni cinematografiche, come quella di Coppola del 1992. Ciò nonostante, i primi minuti del primo episodio sembrano voler andare proprio nella direzione di Coppola. Jonathan Harker viene inviato in Transilvania dal suo studio legale a sovraintendere le ultime pratiche per la cessione di una proprietà a Londra. L’acquirente è ovviamente lui, il conte Dracula, che sfrutterà il malcapitato non solo per le sue conoscenze legali, ma anche per apprendere quelli che sono gli usi e costumi dell’Inghilterra della fine dell’ottocento.

Un Dracula, quello interpretato da Claes Bang (un volto non particolarmente noto), davvero particolare: affascinante, ma non nel modo di Gary Oldman, inquietante, ma comunque distante da quello Bela Lugosi, unico, tanto da dividere critica e pubblico. Ma non è certo la performance di Claes Bang che dovrebbe spaventarvi. Proprio come Sherlock, anche il Dracula di Gatiss e Moffat cerca di proiettare il celebre personaggio letterario in un’ottica più moderna, cambiando radicalmente alcuni elementi chiave della storia. Il Professor Abraham Van Helsing ad esempio, l’avversario storico di Dracula e della sua stirpe, diventa la Sorella Agatha Van Helsing, una suora che ha istruito parte del suo convento a contrastare le forze del male. Dracula stesso è diverso: un personaggio del genere fornirebbe di norma ampio spazio a scene di nudo, ad un tentativo di esplorare la sessualità contorta del “mostro che ammalia con il solo sguardo”. Invece la sessualità è appena accennata. Ci si concentra più sul personaggio di Dracula, sul suo succhiare il sangue per trarre nutrimento per il corpo e per le mente. Sì perché questo Dracula dal corpo delle sue vittime succhia anche memorie e conoscenze. I pasti di Dracula diventano quindi sofisticati, quasi ci si immedesima nel personaggio che, nella sua centenaria solitudine, ha trasformato la caccia in un qualcosa di selettivo. Un po’ come quando valutiamo in quale ristorante andare a cena consultando Maps o Tripadvisor.

E ad un certo punto la serie prende una piega “inaspettata”. Inaspettata tra virgolette poiché, proprio visti gli autori, ci aspettavamo un plot twist in grado di rivoluzionare ancora di più la storia di Dracula. Ed arriva, forse non troppo puntuale, al termine della seconda puntata. 3 ore (circa) quindi per arrivare al punto, un punto che si consuma forse un po’ troppo frettolosamente in un terzo episodio che, in Inghilterra, ha visto un calo di quasi un milione di spettatori. Lo stesso finale ha ovviamente scatenato una lunga serie di polemiche sui principali canali social anche qui in Italia. Eppure non ci sentiamo di criticare tanto il finale di per sé che, se visto sotto un occhio non troppo critico o prevenuto, tipico oramai dello spettatore medio (o meglio, del frequentatore medio di social network), può essere considerato commovente e per nulla scontato.

Ci aspettavamo, vista la simpatia per il male (alla stregua di un Pablo Escobar in Narcos o di un Dexter) che si tende a sviluppare, che la serie cercasse alla fine uno sbocco, un tentativo di serializzare il personaggio appunto, di renderlo un compagno per gli anni avvenire, il tutto mantenendo gli stessi toni o andatura di Sherlock. E invece Dracula, con il suo finale dolce amaro, è a modo suo una serie auto-conclusiva. Vista anche la fredda accoglienza da parte di una porzione del pubblico, dubitiamo che Gatiss e Moffat ci tornino sopra nuovamente.

A questo punto vi starete chiedendo: quali sono gli elementi che hanno portato alle critiche e al calo di audience in patria? Parte della risposta risiede nello stile di Gatiss e Moffat. La mini-serie infatti non si prende sempre sul serio. C’è un tocco di quel classico humor inglese che talvolta tende a rovinare l’atmosfera, un modo di caratterizzare i personaggi, particolare appunto, che ad alcuni potrebbe non piacere. Non è neanche classificabile come serie horror: sì, magari qualche jump-scare c’è, qualche “splatterata” qua e là, ma l’horror, a nostro avviso, era lontano dagli obiettivi dei due autori. E a completare il tutto un episodio finale, come già accennato, che corre troppo, che getta troppa benzina sul fuoco lasciandoci scottati e, in certi casi, delusi.

Riassumendo il tutto, in modo da fornirvi anche una chiave di lettura dell’opera:

  • Dracula non è una mini-serie horror. Ci sono alcuni elementi che potrebbero portare ad inserirla in questo finale, ma l’obiettivo degli autori è un altro.
  • La visione di Gatiss e Moffat è lontana da quella classica di Bram Stoker e anche da tutte le iterazioni cinematografiche del passato. Non solo da un punto di vista di evoluzione della storia, ma anche per quanto riguarda la caratterizzazione del personaggio.
  • È auto-conclusiva. Non ci sono notizie a riguardo di una eventuale seconda stagione e il finale sembrerebbe voler porre appunto la parola FINE alla mini-serie prodotta dalla BBC.
  • Non guardatela perché vi è piaciuto Sherlock. Guardatela perché siete affascinati dal personaggio di Dracula e non vi dispiace vedere un’opera che esca dai binari stravolgendo l’opera e, in parte, il personaggio stesso.

A voi la palla quindi. Avete già visto la mini-serie Dracula su Netflix? Che ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

  • Marco Macchitella

    ottima recensione, a me la serie è piacuta molto