Bandersnatch non è Black Mirror. È solo deludente (recensione − no spoiler)

Giorgio Palmieri -

Di Bandersnatch se ne sta parlando molto, e ho come l’impressione che sia meglio parlarne – o sentirne parlare – che guardarlo. Del resto, da un po’ di tempo a questa parte, Black Mirror sembra parecchio stanco.

Dopo una terza stagione tra alti e bassi, e una quarta generalmente sottotono, la serie firmata da Charlie Brooker torna con un film interattivo affascinante, raffazzonato, curioso e confusionario. Una matassa – di sicuro esteticamente ben confezionata e dalla realizzazione impegnativa – nella quale convivono forzatamente discorsi sul tempo, meta-narrazione, immancabile violenza, colpi di scena e delusione.

L’idea non è nuova, e Netflix l’aveva già proposta ne Il Gatto con gli Stivali, per un pubblico di giovanissimi. Solo che Bandersnatch ha portato il tutto ad un nuovo livello tecnico: il film infatti non si interrompe mai, nemmeno nei momenti in cui bisogna scegliere tra le due possibili opzioni, grazie ad alcune riprese intelligenti che mascherano il periodo d’attesa. Tuttavia, l’illusione si rompe non appena la pellicola vi chiede di tornare indietro per scegliere un percorso differente, in una trama interessante solo nei primi dieci minuti.

Senza anticipare nulla di troppo, Bandersnatch segue le vicende di Stefan, aspirante sviluppatore al quale viene offerta la possibilità di realizzare la sua personalissima interpretazione di videogioco tramite il supporto di un grande editore. Guarda caso, questo videogioco è a bivi ed è ispirato ad un romanzo, anch’esso a bivi, scritto da un tizio fuori di testa, che pare una versione esasperata del mitico Philip K. Dick.

Tra scelte ingannevoli e vicoli ciechi, la conduzione narrativa pilota il giocatore nelle decisioni tramite un escamotage opinabile. Quel che ne viene fuori è un film interattivo pretenzioso, dove praticamente bisogna indovinare il percorso corretto, e dove le scelte sbagliate vi costringono a riguardare una parte del girato. I perché e i limiti sono giustificati nella narrazione, questo è vero, ma non solo la messa in atto non convince, risulta pure fin troppo furba.

Ecco, il problema non sta nel film come medium. Il problema emerge dalla decostruzione narrativa che non funziona come dovrebbe a livello cinematografico e sottolinea svariati grattacapi nella sceneggiatura: troviamo personaggi-fantoccio, tematiche e critiche inconcludenti, finali discutibili e soprattutto un approfondimento emotivo superficiale. Alcuni anelli mancano, in una soluzione frammentata che non sembra avere le idee chiare, e lascia al giocatore la libera interpretazione per elevarsi a qualcosa di più.

Insomma, Bandersnatch mi ha deluso. Forse per l’enorme quantità di esperimenti interattivi già divorati in passato, da quelli letterari come Lupo Solitario e Oberon, a quelli videoludici dei quali potrei stilare una lista infinita: dai lavori di Telltale e Quantic Dream all’iconico Life Is Strange, da The Stanley Parable a Hidden Agenda di PlayLink

Ciò detto, l’ultima fatica di Charlie Brooker è un esperimento che lascia il tempo che trova, un minestrone che vuole far credere di essere più di quello che è, ovverosia un esercizio di stile per certi versi ambizioso, che non approfondisce la sua trama confusa, e che si giustifica nel più banale dei modi. Dov’è finito il Black Mirror cattivo che ti instilla dubbi a fine puntata? Dov’è la riflessione sulla tecnologia come strumento assuefacente? Di quello ormai sembra esserci solo la forma, non la sostanza. Anche perché la quinta stagione…

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