Il Death Note di Netflix è divertente! (per i motivi sbagliati)

Giorgio Palmieri -

Recensione Death Note Film – Quello che vedete in copertina è Nat Wolff, e la sua faccia mi fa troppo ridere. E non lo dico con cattiveria, o per alludere a chissà quale battutina da quattro soldi: il suo viso è davvero simpatico, e credo di non aver mai visto delle smorfie così divertenti come le sue in tutta la mia vita. I ruoli comici sembrano calzargli a pennello, e lo dico con cognizione di causa: lo ricordo con grande piacere dalla splendida pellicola Colpa delle stelle, nella quale vestiva i panni di un ragazzo cieco, Isacc, un personaggio spassoso e interessante, seppur secondario.

Quando ho saputo che Light Yagami sarebbe stato interpretato proprio da lui nel riadattamento Netflix di quella grande opera che fu Death Note, rimasi incuriosito: come può un ragazzo con quella faccia e quella verve vestire i panni di un ruolo così drammatico e complesso, di una mente così brillante? Forse non eravamo a conoscenza delle sue reali doti attoriali?

Hahahahahahahahahahaahahahahahahahaha.. okay, scusate ma.. ma.. hahahahahahahahahahah

Ebbene, il Light di Nat Wolff è essenzialmente Nat Wolff. Quando si spaventa e s’arrabbia fa una smorfia, e nelle scene tragiche non sembra provare nulla. È troppo burlone per un ruolo del genere: pare proprio uno da portare alle feste. E poi c’è un momento, quando il buon Light e la sua compagna vanno al ballo invernale del liceo, che gli si chiede di fare le boccacce per le foto ricordo: lì Nat dà il meglio di sé. Si scatena, ne fa una dopo l’altra, anzi, una meglio dell’altra, e si ride, ci si sfascia dalle risate, però per i motivi sbagliati.

un film da “pizza e birra” del venerdì sera

Death Note, in fin dei conti, è un’opera drammatica, densa di dilemmi morali di cui discutere. Se ti assumi il rischio di ridurla ad un film da “pizza e birra” del venerdì sera, devi quantomeno renderlo coerente e godibile. È chiedere troppo?

La cosa che lascia straniti è che il progetto comunque era partito con ambizione sotto l’ala protettrice di Adam Wingard, e soprattutto con il piede giusto, incentrato sull’estrarre l’incipit del fumetto, che aveva luogo sul suolo nipponico, per metterlo in un film ambientato a Seattle. Sarebbe stato interessante vedere la morale americana e le reazioni statunitensi applicate al Death Note, un quaderno dai poteri soprannaturali che, lo ricordiamo, permette di uccidere chiunque scrivendoci il nome, purché si conosca il volto del malcapitato.

Chiaramente il nostro Light lo utilizza per ammazzare qualsiasi delinquente, in maniera tale da creare un mondo privo di male, rimanendo nascosto nell’ombra. Il funzionamento della giustizia viene quindi messo in dubbio, anche perché il tasso di criminalità subisce una battuta d’arresto grazie al cosiddetto quaderno della morte.

L’interpretazione dell’iconica scena di L al telegiornale purtroppo non rende come dovrebbe.

I meccanismi narrativi sono gli stessi dell’opera originale, a parte qualche eccezione, quindi i cambi di location e di cultura non donano una prospettiva così nuova come ci si aspetterebbe: si modificano però le relazioni tra i personaggi e la loro caratterizzazione, entrambi punti che fanno acqua da tutte le parti.

Molte scene legate a Misa (qui Mia, interpretata da Margaret Qualley), la fidanzata di Light, sono a dir poco allucinanti: l’imbarazzo che si prova nel vedere come i due si incontrano e si conoscono è indescrivibile. Non si riescono nemmeno a capire le motivazioni che spingono lei a comportarsi in un certo modo, un personaggio insulso capace di salvarsi solo per la bellezza dell’attrice. Ed è un peccato perché, in un certo senso, questo nuovo Light, al di là della interpretazione tragicomica, offre qualche spunto diverso, che poteva essere materia di approfondimento. Che poi si perda in sequenze assurde è un altro discorso, ma lasceremo a voi il piacere della scoperta: vi basti sapere che il protagonista si comporta spesso come un totale idiota. Altro che mente brillante.

E poi c’è la star di tutto Death Note, il mitico L (Lakeith Stanfield), l’investigatore privato chiamato a indagare sul caso, un personaggio amatissimo e assolutamente eccezionale, un ragazzo eccentrico, pallido e dai modi pacati e calcolatori, che non agisce mai con la pancia. Si tratta del miglior investigatore sulla piazza, uno che non si fa scrupoli e non scende a compromessi per offrire i malviventi alla giustizia, e che cela la sua identità a tal punto da nascondere il volto in pubblico.

Un incontro importantissimo ai fini della trama. Ed è imbarazzante la stupidità della sua gestione.

Nel film di Netflix, però, L fa pena. Fa pena nel senso che ti dispiace vederlo così, ridotto ad una macchietta che tenta di assumere la postura del personaggio del manga, di aggiungere disperatamente qualcosa ad una scrittura che non solo non riesce nemmeno a sfiorare l’originale, che non solo non è coerente con le cose che dice e le cose che fa, non solo è un fastidioso sclerotico, ma è pure inutile, oltre che un totale idiota. Sbraita al primo sbaglio e non ne combina una buona. Altro che il miglior investigatore sulla piazza.

 è così brutto da essere quasi divertente, con dell’alcol in corpo

Viene così dipinto un quadro in cui c’è un caos da rimanere a bocca aperta: la storia d’amore mette a disagio, l’indagine va in brodo di giuggiole per delle reazioni fuori dal mondo, il rapporto tra L e Light fa sorridere per quanto è aberrante, e nel finale qualcosa si smuove, qualcosa del tratto degli autori sembra esserci (Tsugumi Ōba e Takeshi Obata), ma non funziona. Non funziona perché dei personaggi non te frega assolutamente nulla: viaggiano tra l’assurdità e l’astratto, in un binomio che è così brutto da essere quasi divertente, con dell’alcol in corpo. Così la morale si perde: il potere corrompe, logora e non puoi controllarlo. Solita solfa, insomma, ma pure mal descritta. E poi, se ci sono dei personaggi di questo calibro a detenerlo, beh, allora siamo in una botte di ferro.

L’unico punto che merita quantomeno un cenno è Ryuk, il dio della morte che fa da “angelo” custode a Light, realizzato con uno stile che riesce a mettere inquietudine. È proprio lo shinigami a spingere il protagonista ad usare il Death Note, cosa che snatura un po’ il suo ruolo “neutrale” nella vicenda, ma che nel tripudio della trasposizione di Netflix non ci si fa poi così caso. La voce che dà vita a Ryuk è William Dafoe, il quale ha fatto il possibile per rendere giustizia ad un personaggio fantastico, qui utilizzato in modo superficiale. Peraltro, il rapporto tra Light e il dio della morte è sbrigativo, e non viene spiegato nulla di nulla, e niente di niente.

Ryuk fai qualcosa. Non so cosa, ma fai qualcosa!

Chi non conosce l’opera difficilmente ne sarà appagato, perché c’è troppo da raccontare e troppo poco tempo per esporlo. Quando poi riempi quel poco tempo con improbabili inseguimenti coadiuvati da una colonna sonora a dir poco inadeguata, capisci che i problemi sono anche altri.

c’è troppo da raccontare e troppo poco tempo per esporlo

E i fan? I fan ne rimarranno infastiditi, per il pressappochismo generale, per la poca fedeltà e per aver ridotto un’opera così introspettiva ad un colabrodo che trattiene chirurgicamente le cavolate. Se preso per quello che è, potrebbe però intrattenervi: le scene su cui ridere con qualche amico scemo quanto voi, nel senso buono del termine, non mancano affatto.

Tuttavia, quando ti rimetti ad ascoltare nuovamente le musiche dell’anime, preso da una ventata di nostalgia, e ti ricordi dei momenti intimi passati nella visione di una puntata dopo l’altra, dei duelli mentali tra Light e L, della profondità di certi discorsi, senti che ridere, forse, è quasi sbagliato nei confronti di ciò che rappresenta l’originale. Poi ti cali un’altra birretta, e non ci pensi più.

Quindi sì, anche Death Note ha fatto quella fine. La fine del film tratto dal cartone animato/fumetto che snatura l’opera, l’accartoccia e ne fa un’interpretazione opinabile, se vogliamo rimanere sul tono elegante. In fondo non gli si chiedeva molto, eppure è riuscito a stupirci in negativo, nonostante la mediocrità sia ormai di moda, tanto da farcela continuamente bastare.

  • Cippoz89

    Concordo con la recensione, dopo mezz’ora scarsa ho terminato la visione. Peccato, peccato davvero.

  • Gigi

    Mi sento di essere completamente in disaccordo con la recensione.
    A me il film è piaciuto e anche molto.
    Forse ci si è dimenticati di considerare che questa versione cinematografica è un’opera ISPIRATA al manga/anime, non è e non vuole esserne una trasposizione.
    Di conseguenza, qualsiasi paragone tra i due è sbagliato a prescindere.

    • Salvatore Guglielmini

      Io continuo a stupirmi di certi commenti, a prescindere dal fatto che si confronti o meno con l’anime/manga, il film fa acqua da tutte le parti…. è insulso, bah… sono realmente shockato

    • Andrea Jannone

      Ok lasciamo perdere il paragone. Il film è un disastro totale. Dalle facce in stile Scary Movie del protagonista, la colonna sonora ridicola per cercare di dare al film un tono ricercato, interpretazioni pessime e decapitazioni in stile Final Destination. Ah, non dimentichiamo la chiamata di L con lo schermo del cellulare acceso sul menù, ah ah ah.
      Perfavore…

    • Stefano Tedeschi

      Potresti almeno dire cosa ti è piaciuto? Non fare paragoni è impossibile per chi ha seguito l’anime ed è evidente che hanno snaturato (in maniera errata) tantissimi elementi.

    • Davide Coluzzi

      se avessi deciso, come produttore, di cimentarmi in una trasposizione ispirata ad un fumetto giapponese cambiando location (e quindi relazioni sociali al seguito) molto probabilmente avrei optato per un eventuale altro shinigami che si volesse divertire dall’altra parte dell’oceano prima/durante/dopo i fatti del manga
      una side story autoconclusiva tipo Rogue One avrebbe potuto essere una buona scelta
      PS: storia/attori facevano schifo ad ogni livello

    • MeneS

      Sti ca%%i

      Se ti chiami death note ovvio che il confronto lo fai con l’opera (perchè di opera si tratta) originale, il concetto di “ispirazione” lo usiamo solo per giustificare il traino pubblicitario? mi sembra troppo facile

      Poi può anche piacere, sono gusti…. ma è un insulto per il fumetto (o per la cultura americana 😛 )

  • Salvador Valandro

    La preoccupazione maggiore è che lasciano la porta aperta ad un seguito….

  • Aranel

    Devo dire la verità più di una volta sono rimasto stupito per la buona qualità delle recensioni che sforna la redazione di questo sito in termini di film o videogiochi. Però si tratta quasi sempre di articoli rari, una tantum. Non mi dispiacerebbe affatto vederne di più

  • Denny

    Ragazzi e nessuno menziona che manca “light è una gamba”? Vergogna. ?