“Final Space” di Netflix l’avrei voluto scrivere io (recensione)

Giorgio Palmieri

Esistono due tipi di invidia: quella distruttiva, devastante, che consuma e avvelena l’anima; e poi, solo poi, c’è quella istruttiva, che sprona a fare di meglio, a lottare per migliorare, per raggiungere quella condizione a cui aspiri. E poi esistono delle notti, momenti bui in cui ti chiedi cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Rivedi la tua vita, le tue scelte, i tuoi sbagli… e accendi Netflix, per non pensarci più.

Mi è accaduto poco tempo fa, non scherzo, quando tra i riquadri di presentazione del celebre portale streaming mi è capitato sott’occhio proprio Final Space: orfano di una terza stagione di Rick e Morty finita prematuramente (vista in un paio di giorni, al massimo), sentivo il bisogno di uno show un po’ diverso, nell’attesa di quel Disincanto sul quale sono puntati tutti gli occhi degli amanti dell’animazione “adulta”, se così possiamo chiamarla.

Ambientazione spaziale, vibrazioni in stile Guardiani della Galassia, un protagonista tonto, un gatto antropomorfo amante delle armi, l’immancabile mascotte tenerissima, il classico cattivo cattivissimo, alto quanto un neonato: “quanti gustosi ingredienti!”, pensai. La serie animata in questione conta solo dieci episodi, e porta le firme di Olan Rogers e David Sacks, entrambi già al lavoro per una seconda stagione di ben tredici puntate.

La storia orbita attorno a Gary Goodspeed, e alla sua genesi come eroe. Non vi diremo altro, perché la premessa ha un paio di chicche alle quali non eravamo preparati prima della visione, e scoprirle leggendo queste parole rovinerebbe il loro fascino, almeno in parte. Per carità, le situazioni attingono a piene mani dall’immaginario fantascientifico, e i rimandi ad altre opere ben più note non sono difficili da scorgere, ma è il tono dell’avventura a sorprendere. C’è della commedia a sorreggere la baracca, sempre e comunque, ma quelle note di piano malinconiche, spesso in sottofondo, mi hanno colto di sorpresa.

Sembra inizialmente il solito vortice di situazioni comiche, farcite con qualche esagerazione e un po’ di violenza – mai troppa – , ma col passare degli episodi qualcosa cambia: Final Space comincia a mostrare intimità, fragilità, comincia a mostrare la sua grinta, e ti investe con i suoi eroi, con le loro storie. Nessun brusco cambio di direzione: il ritmo prepara lo spettatore, e lo lancia in un’escursione spaziale, accompagnata da un manipolo di personaggi adorabili. Pochi sono i pianeti esplorati, ma dietro si scorge un disegno ambizioso che questa prima stagione preferisce lasciare in disparte, dando priorità alla caratterizzazione della combriccola, e alle relazioni tra i vari protagonisti.

Lo show, tuttavia, vuole fare di più e vuole essere molte cose, si vede. Vuole dipingere tanti universi, raccontare cicatrici, emozionare, far sorridere, ma non c’è tempo. Dieci puntate da appena venti minuti l’una sono poche, troppo poche per un mondo così grande, così ricco di potenzialità, tantoché sembra non averle ancora del tutto chiare: eppure, quella di Olan Rogers e David Sacks è innegabilmente una serie che mi ha lasciato un vuoto.

Alcuni cliché potevano essere risparmiati, o quantomeno essere sviluppati meglio, senza dubbio, ma quando finisci un cartone animato e vai a letto, e sogni quelle avventure, le immagini, sembra di viverle. E poi ti svegli, e senti che qualcosa manca: è la sensazione dello show che ha fatto centro, che ha toccato i giusti tasti… che avresti voluto scrivere tu. L’invidia, sì, è una brutta bestia.

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