Ciao Orange is the New Black… e grazie (recensione)

Giorgio Palmieri - No spoiler.

Tutto finisce, prima o poi. Alle volte non te ne accorgi nemmeno, ma spesso te ne accorgi, eccome se te ne accorgi. C’è chi finisce male, chi finisce bene e chi finisce così perfettamente che stenti a crederci. Di questi tempi non è raro imbattersi in finali al di sotto delle aspettative, fuori da ogni logica, o semplicemente brutti, talmente brutti da lasciarti un brutto ricordo. Per Orange is the New Black, tuttavia, vale il discorso opposto: la sua chiusura è una chiosa finale ad una serie che non dimenticherò mai.

Difficile esprimere cosa rappresenta lo show di Jenji Kohan. Con il simbolismo del colore arancione ha raccontato l’unione intesa come solidarietà, amicizia, rabbia, amore, diversità ed equità. Eppure è nata per denunciare la situazione critica delle carceri, il terrificante menefreghismo dei piani alti, i soprusi e l’inadempienza delle guardie, basati sul libro delle reali memorie di Piper Kerman, ma poi è diventata qualcosa di più, qualcosa di gigantesco, non solo per raccontare delle donne, ma anche e soprattutto per dare normalità alla diversità.

I suoi possenti personaggi, ciascuno con il suo empatico carattere e la sua personalissima evoluzione interiore ed esteriore, non sempre positiva, ma mai fuori posto: alcuni passano dall’essere insopportabili a vere e proprie star, a dimostrazione del fatto che il carcere può, anzi, deve fare del bene, deve colmare un’assenza, una mancanza, un errore che non deve ripetersi. Il fantastico stile di racconto, poi, con cui contrappone presente e passato, che non svolge una sola funzione narrativa nel presentare i motivi di carcerazione di ogni reclusa, ma è un geniale espediente capace di umanizzare le detenute. Ti fa capire perché sono lì, perché si comportano in un certo modo, perché meriterebbero una seconda chance, come tutti. È spaventosa l’umanità nei dialoghi, tagliente nell’umorismo e mai banale, scritti per donare spessore a figure complesse e a tematiche attuali.

Non ho molto da dirgli, di negativo. Qualche personaggio ha dei tratti alle volte troppo caricaturali, soprattutto sul versante maschile, e almeno un paio di svarioni nel corso delle stagioni non manca. Eppure l’ho amata, nonostante i suoi “difetti consapevoli”, primo tra i quali il rischio accollato di una quinta stagione ambientata in un piccolissimo lasso di tempo, contestata da molti ma adorata alla follia dal sottoscritto. E poi, solo poi, c’è la settima e ultima stagione, dove i nodi vengono al pettine, dove la serie raggiunge la sua crescita definitiva. Tocca altri temi ancor più interessanti e vicini anche al nostro paese, dalla crudeltà delle politiche di immigrazione al movimento #MeToo, per poi esplorare l’astruso territorio dell’istruzione e del reinserimento nella società, filoni adiacenti che accompagnano dolcemente la serie verso la sua fine.

Perdipiù, è difficile scrivere il finale di uno show che va avanti da anni, non posso nemmeno immaginarlo, ma scrivere più finali per più storie lo è ancora di più, perché i personaggi di Orange is the New Black sono tanti, sono troppi, e non tutti convergono in un unico punto, sebbene abbiano elementi in comune. Eppure ogni arco narrativo sfiora la perfezione nelle conclusioni: e, proprio come la realtà, nulla o quasi va come dovrebbe, in una media agrodolce che emoziona, colpisce dritta al cuore. Omaggia personaggi usciti fuori di scena, ricorda momenti passati, celebra chi ha avuto successi e chi ha perso per sfortuna o scelta.

E gli attori? Sono stellari. Dalla coppia scoppiata di Taylor Schilling (Piper) e Laura Prepon (Alex) al rapporto delicato tra Natasha Lyonne (Nicky) e Kate Mulgrew (Red), per poi passare alla performance impressionante di Uzo Aduba, per la quale si è aggiudicata due Emmy Awards e un pezzo di cuore, specie in quest’ultima stagione. Eccezionali le mitiche Danielle Brooks (Taystee) e Taryn Manning (Pennsatucky), che subiscono delle evoluzioni grandiose durante il corso delle stagioni. Il cast ha un alchimia rara e sentirli parlare in lingua originale, con i loro accenti diversi, è un’esperienza a sé. Vederli alla fine, insieme, nei saluti, è stato magico. Ed è valsa la pena vedere tutto questo per vedere questo finale. Lo si sente, lo si percepisce il tono malinconico che vive nelle battute, nelle inquadrature, nelle scelte e negli occhi di chi sta leggendo queste parole dopo aver visto tutta la serie. E se non l’hai vista, prenditi del tempo e corri a guardarla. E dagli tempo, dagli il tempo di rapirti. Con me, con molti, moltissimi ha funzionato e non la dimenticheremo mai. E ora scusate, ma non voglio più scrivere. E non voglio vedere più serie televisive per un po’.

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  • Elektrosphere

    Io e la mia compagna abbiamo visto solo i primi episodi della prima stagione, ma non ci ha rapito. L’abbiamo messa da parte. Ma diventa più interessante, perchè non vorrei incappare in ore e ore di noia

  • J.H. Bolivar Pacheco

    E dire che non gli davo molto, ma col tempo ti innamori dei personaggi e trovi per forza qualcuna che ti rappresenta (nelle scelte difficili, o nel modo di reagire alle difficoltà).
    Divertente eppure mai banale. Esagerato a volte, eppure coerente.