Recensione SanPa, nuova serie Netflix: le domande contano più delle risposte

Vezio Ceniccola - Analisi della nuova docu-serie di Netflix dal titolo "SanPa: luci e tenebre di San Patrignano"

SanPa non è solo Vincenzo Muccioli. Non è una storia biografica, non parla solo del sogno di un uomo. Non è il racconto definitivo e completo di una vicenda chiusa, una pietra tombale. Non è neanche una presa di posizione, un attacco, una difesa. Durante le sue 5 puntate, la nuova docu-serie di Netflix fa quello che ogni buon documentario si propone di fare: mette di fronte allo spettatore una serie di fatti e testimonianze, racconta diverse verità senza mai giungere ad una sola, univoca, verità. Se sperate di trovare tutte le risposte sui misteri di San Patrigano, vi avverto, non le troverete in SanPa; ma il viaggio vale il prezzo del biglietto – o dell’abbonamento, in questo caso – visto che è proprio la ricerca della verità il vero motore dell’azione in questa serie.

Cos’è SanPa?

Partiamo dalle basi. “SanPa“non è altro che un diminutivo della parola “San Patrignano“, uno dei nomignoli con cui è conosciuta la nota comunità di recupero per tossicodipendenti, fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli e tuttora attiva sulle colline riminesi. Un nome amichevole, colloquiale, scelto non a caso. Oltre che dai filmati dell’epoca, gran parte della storia di “SanPa: luci e tenebre di San Patrignano” viene raccontata dai suoi ragazzi, dagli ex-ospiti e da coloro che a San Patrignano hanno lasciato un’impronta forte. Da quelli, insomma, che la parola “SanPa” l’hanno usata davvero.

Nelle circa 5 ore totali, divise in 5 episodi, ciascuno racconta la sua verità e lo fa a suo modo. Tra le voci tirate in causa ci sono figure importanti: Walter Delogu, auto-definitosi “braccio destro” di Muccioli; Fabio Cantelli, ex addetto stampa della comunità; il giornalista Luciano Nigro, che si è occupato di raccontare San Patrignano nei suoi primi anni; Red Ronnie, popolare volto televisivo degli anni 80 e 90 e ancora oggi convinto sostenitore di Muccioli e del suo operato; Andrea Muccioli, figlio del fondatore e responsabile di San Patrignano per diversi anni.

A cucire insieme tutte queste storie ci hanno pensato gli autori Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, mentre la regista Cosima Spender e il montatore Valerio Bonelli hanno trasformato il tutto in opera filmica, aiutati anche dall’ottima fotografia di Diego Romero. Li voglio citare tutti non per spirito enciclopedico, ma perché sono anche loro parte del racconto: la mano autoriale che ci guida attraverso i capitoli può essere considerata un personaggio chiave di SanPa ; una mano leggera e delicata, che non spinge ma accompagna lo spettatore.

Sia sul piano della scrittura che su quello della tecnica, SanPa brilla di una luce intensa, carica di professionalità e bellezza artistica. I 3 anni necessari alla sua realizzazione sono stati ben impiegati, visto che il prodotto finale non sfigura nel catalogo internazionale di Netflix, neanche di fronte ai grandi documentari americani visti negli ultimi anni. Lo stile, non a caso, è molto “americano”, asciutto e sobrio, adatto anche ai palati degli spettatori d’oltreoceano.

Le sfaccettature della narrazione

Il periodo nel quale si colloca il racconto di SanPa va dalla fine degli anni 70 al 1995, vale a dire dalla nascita della comunità di San Patrignano alla morte di Vincenzo Muccioli. Un lasso di tempo lunghissimo, se pensiamo alla densità degli avvenimenti. Le tante storie intrecciate si alternano continuamente, creando una coreografia di voci contrastanti e una pluralità di toni.

La narrazione cronologica non risparmia alcun aspetto, nemmeno quelli più crudi, ma si mantiene sempre al di sopra delle parti. Ogni tema viene trattato sotto diversi punti di vista, grazie anche alle interviste ai protagonisti o a coloro che hanno vissuto in prima persona le vicende mostrate.

Proprio tali sfaccettature sono la cifra stilistica di SanPa . Gli autori non hanno rinunciato alla complessità, anzi hanno esaltato questo aspetto per rendere ancora più avvincente il racconto. Ogni intervista aggiunge elementi alla storia, la arricchisce di dettagli e svela nuove interpretazioni. Prendere una posizione sull’esperienza della comunità di San Patrignano diventa sempre più complicato più si va avanti con la visione. La riflessione interiore dello spettatore si scatena, è necessaria e continuativa, non si può rimanere impassibili.

Vincenzo Muccioli, dio e aguzzino

In mezzo alle altre, una figura domina la scena, non solo in senso metaforico: Vincenzo Muccioli. È lui il padre-padrone della comunità, è lui che gestisce carota e bastone. La comunità cresce intorno a lui e va di pari passo con la sua fama mediatica, che esplode definitivamente dopo l’inchiesta giudiziaria del 1985, il famoso Processo delle catene. La spettacolarizzazione televisiva del personaggio Muccioli finisce per trasformarlo in un influencer ante litteram, capace di usare la politica – e i politici – per i suoi interessi, senza dovercisi mai sporcare le mani da dentro. A quel punto San Patrignano diventa fenomeno di costume nazionale e centro d’attrazione per il dibattito pubblico. A seconda del punto di vista, Muccioli diventa dio e aguzzino – come lo ha definito Fabio Cantelli durante un’intervista a Il Resto del Carlino.

Tale polarizzazione delle parti entra subito nella narrazione di SanPa e determina l’andamento stesso della serie, soprattutto dalla metà in avanti. Se per i primi due episodi il racconto è incentrato sulla creazione della comunità e sui metodi (discutibili) usati per aiutare gli ospiti a uscire dalla tossicodipendenza, gli altri tre sembrano uno scontro aperto tra le due fazioni che attaccano e difendono Vincenzo Muccioli. Nella seconda parte di SanPa si affrontano i veri temi caldi: la violenza strutturale all’interno della comunità; il supporto economico e politico, in particolare quello di Gian Marco e Letizia Moratti; l’esplosione incontrastata del problema AIDS; le pratiche esoteriche di Muccioli come medium e santone; le reazioni dei politici del tempo – da Craxi a Berlusconi, passando per Pannella – e il dibattito televisivo nei talk show; la morte di Natalia Berla e l’omicidio di Roberto Maranzano, punto di non ritorno per Muccioli.

Sarebbe però ingeneroso dire che SanPa parla solo di Muccioli. L’ho scritto all’inizio e lo ribadisco: non è così. Approfondendo le storie dei personaggi intervistati, la serie scava nella psicologia e nella sensibilità di ciascuno di loro, fa emergere l’estrema complessità del giudizio su San Patrignano e su tutto ciò che succede al suo interno. La figura di Muccioli perde sempre più i contorni di protagonista, diventa invece il mezzo attraverso il quale si può discutere del vero problema della comunità: la dipendenza, dalle droghe o dalle persone, e i metodi necessari per eliminarla.

Domande senza risposta

Nell’ultimo episodio diventano evidenti le difficoltà strutturali di San Patrignano, presenti in nuce sin dai primi anni, esplose fragorosamente quando la comunità si è ingrandita. Si punta l’attenzione sull’uso di metodi punitivi disumani, come la segregazione forzata e le violenze corporali, ma si riflette anche sulla gestione stessa della dipendenza dalle droghe, che deve essere eliminata con la forza, costi quel che costi.

Gli squilibri della comunità diventano insostenibili. Con la sua figura paterna, Muccioli cerca di costruire un ambiente familiare, cura la carenza affettiva dei giovani che accoglie creando una dipendenza affettiva pericolosa e ingestibile. I ragazzi sembrano accettare qualsiasi cosa, si fidano, come sottomessi dalla presenza possente di Vincenzo. E quando la comunità diventa troppo grande, quando Muccioli non riesce più a mostrare il suo affetto a tutti, la parte più autoritaria diventa predominante. Si sfiora il culto della personalità, comincia il declino.

Fa impressione il rifiuto netto per qualsiasi forma di terapia psicologica all’interno della comunità, volutamente adottato da Muccioli e dal suo staff. I metodi studiati dal fondatore sono chiari sin dall’inizio, quasi ingenui per la loro semplicità: fiducia, lavoro e disciplina; non si può scappare, chi si oppone viene punito. Non sembra esserci una vera evoluzione nel corso del tempo, se non una realizzazione più in grande di questa teoria, ricalibrata sulla crescita della comunità stessa.

La domanda che tutti si fanno, sin dall’inizio, diventa sempre più importante nel corso della serie: è giusto tutto questo? Come scrive Luciano Nigro su Repubblica, qual è il limite di una terapia? Quanto male si può fare per ottenere il bene?

Il cuore di SanPa sta tutto in questo interrogativo, che rimane senza una risposta definitiva. Tutti gli intervistati forniscono la loro versione, provano a dare una risposta, ma è difficile – per loro e per noi – stare da una parte e condannare totalmente l’altra.

Molti degli ex-ospiti di San Patrignano raccontano di voler ancora bene a Muccioli, perché li ha salvati dalla droga, perché gli devono la vita. Nonostante il tempo passato, nonostante le violenze o i torti subiti. Fabio Cantelli è uno di questi e le sue parole sono la prova evidente di quanto possa essere doloroso salvarsi da quella realtà.

La zona grigia

L’importanza di SanPa sta nell’aver messo al centro del discorso la zona grigia, quella parte di verità che non ammette posizioni nette. Ciò che rimane alla fine della visione è dunque un senso di incompiutezza, non della serie ma della propria riflessione morale. Un sentimento profondamente sincero, scevro dalla supponenza di avere le risposte a portata di mano.

SanPa non vuole dare risposte, semmai il contrario. Innesca il senso critico dello spettatore, genera dubbi. Ascolta ogni voce, non si accontenta di un’interpretazione univoca. Nelle interviste si nota spesso l’accostamento di tesi contrapposte, di persone che la pensano in maniera totalmente differente sugli eventi raccontati; perché ogni affermazione ha il suo peso e merita di essere ascoltata.

L’accusa di parzialità, piovuta in questi giorni dalla comunità – che si è formalmente dissociata dalla serie – e da altri partecipanti al progetto, appare quantomeno esagerata. L’abbiamo detto all’inizio, gli autori di SanPa hanno dato spazio a molte personalità legate a San Patrignano, anche al figlio di Muccioli e a Red Ronnie, che di certo non parteggiano contro la comunità. Sarebbe stato difficile includere altre interviste, se non con uno sforzo produttivo ancora più ingente.

I difetti della serie stanno nella sua brevità. Il racconto di SanPa si ferma al 1995 ed è un peccato. Sarebbe stato bello andare oltre, conoscere i mutamenti avvenuti nella comunità dopo la morte di Muccioli, arrivando fino ai giorni nostri. Inoltre, alcune questioni avrebbero meritato più spazio, in modo da contestualizzare meglio il periodo storico e le tensioni sociali dell’epoca – sarebbe stato un favore agli under 30 in particolare, che non hanno vissuto in prima persona gli anni 80.

In definitiva, SanPa è una delle migliori produzioni italiane di Netflix, consigliabile a tutti quelli che vogliono immergersi in un racconto appassionante, realizzato con una maestria tecnica di prima qualità. Al suo interno si ritrovano tutti gli elementi di ogni grande storia – drammi, amore, delitti, fede, misteri, speranza – e si toccano temi di estrema delicatezza, trattati in maniera sapiente senza mai scadere nella banalità. C’è un grande rispetto per gli aspetti più cruenti e dolorosi, per le opinioni e per la sensibilità di ogni persona intervistata. Merce rara di questi tempi.

Per il periodo storico in cui ci troviamo – dominato dalle divisioni nette del pensiero comune – SanPa rappresenta un’eccezione, un prodotto fuori dagli schemi, e per questo va ulteriormente elogiato. Nell’eterna lotta tra il bianco e il nero, riflette sulla zona grigia e su tutte le sue sfumature, parti fondamentali per la ricerca della verità. Non necessariamente questo porta delle risposte concrete, ma serve a crescere e capire meglio il mondo. Un mondo che, dalla nascita di San Patrignano, è cambiato molto ma non ha ancora saputo rispondere a quella domanda: quanto male si può fare per ottenere il bene?