The End of the F***ing World non sarà la fine del mondo, ma piace (recensione)

Giorgio Palmieri

Recensione The End of the F***ing World – Ho appena finito di vedere l’ultima puntata di The End of the F***ing World, ma sapete, non ve ne parlerò. O, quantomeno, non in senso stretto.

Potrei parlarvi della trama, del fatto che è tratta da una graphic novel, ma ciò che vi separa da queste informazioni è un semplice click non lontano da qui, fermo restando che conoscere certi dettagli rovinerebbe una piccola parte del divertimento. Del resto, la serie TV in questione, uscita il 5 gennaio sul catalogo italiano di Netflix, è composta da sole 8 puntate, divise in circa 20 minuti ciascuna. Detto tra noi, si fa prima a vederla che a leggere una recensione.

Non guardate il trailer. Ripeto: non guardate il trailer.

Iperbole a parte, dovessi consigliarvela, non lo farei così, su due piedi, come si fa con un Black Mirror qualsiasi (anche se la quarta stagione non è poi questo granché). Perché In The End of the F***ing World la violenza è esagerata, i dialoghi e le situazioni sono esagerate, la caratterizzazione, poi, anch’essa è esagerata: spesso e volentieri, gli adulti vengono ritratti come dei completi inetti, e i protagonisti, due adolescenti dalle storie problematiche, sembrano dei mocciosi ai quali è mancata la disciplina nel corso della crescita. Poi, tutto d’un tratto, entri in una spirale. E nemmeno ci fai troppo caso.

La sensazione è quella di star guardando una sequela di scene grottesche, quasi surreali, dove l’estremizzazione, però, la cominci a digerire di secondo in secondo, di evento in evento: dopodiché, non pare così lontana dalla realtà. Lo capisci dopo qualche puntata, perché ti accorgi che sotto l’ironia, il sarcasmo e il cinismo, c’è – paradossalmente – l’assenza di qualcosa.

Le relazioni possono essere strane. Soprattutto quelle “normali”.

E così, il messaggio arriva: nascere in contesti sociali degradanti produce degrado, che poi causerà altro degrado, ancora e ancora, e sarà sempre più difficile risalire in superficie se non si bada a quella assenza, e al conseguente abbandono. Tuttavia, la serie scorre liscia e non si ferma mai, non lascia spazio ai riempitivi né alle eccessive parentesi, in una storia On The Road dalla quale per ogni cosa bella ne nasce una negativa. È un viaggio, è la vita, ed è dipinta con uno stile tutto suo, a cui bisogna abituarsi per apprezzarlo.

Banalmente, l’interesse cala quando vuole essere troppo normale, quando vuole rimanere negli schermi di una narrazione di sicuro ben ritmata, ma che deve sottostare ad una spiazzante brevità. E cala non appena la telecamera si sposta su altri personaggi, al di fuori dei due adolescenti, perché non c’è il tempo materiale per raccontarli come si deve.

Gli adulti in questa serie sono… irritanti.

D’altronde, la serie si regge interamente proprio sulle spalle del duo dei giovani attori (Alex Lawther e Jessica Barden), di cui riconosco senz’altro la bravura e il talento (specie di lui, che trasmette il disagio in maniera magistrale), ma ai quali personalmente ho fatto fatica a legarmi, finché non ho esalato l’ultimo fotogramma di The End of the F***ing World, rendendomi conto che quel viaggio condotto dai protagonisti lo abbiamo fatto anche noi, solo in circostanze diverse: quell’adolescenza così piena di sfumature che alla fine ci forma, e che questa serie porta solo all’esasperazione. E sapete cosa vi dico? Ve la consiglio.