Ho visto Tredici 2. È davvero così inutile? (no spoiler)

Giorgio Palmieri

Ho appena finito l’ultima puntata della seconda stagione di Tredici – 13 Reasons Why. E sapete? Sono contento. Anzi, più che contento. Non perché sia finita, per carità, non fraintendete. Sono contento perché sono stato smentito. Cavolo se è bello essere smentiti, certe volte.

Ammetto di far parte di quel partito a cui la prima stagione è piaciuta a tal punto da non comprendere le critiche aspre subite nel corso della sua crescita come fenomeno. Ciò detto, la scelta di prolungare la serie con una nuova infornata di tredici episodi, in prima battuta, mi è sembrata incredibilmente sbagliata.

Del resto, la storia originale proveniva dall’omonimo romanzo scritto da Jay Asher, in una prima stagione basata interamente sul materiale letterario. Quando uno show televisivo tratto da uno o più libri perde l’impalcatura offerta dai testi, be’, diciamo pure che le conseguenze possono essere pericolose.

Purtroppo la paura non si fermava lì, nient’affatto. Capisco l’esigenza di far cassa, capisco il mercato e le variabili che girano intorno, su questo non ci piove, ma per Tredici la questione è diversa. Perché Tredici era finita. Aveva lanciato il suo messaggio, travisato da alcuni, e la storia si era conclusa. Punto.

È anche vera un’altra cosa: prima di chiudere lo show, gli sceneggiatori avevano lasciato delle parentesi aperte, in un tentativo disperato per prepararsi ad un’eventuale seconda stagione. Eppure non era abbastanza, perché, lo ribadiamo, Tredici esiste per lanciare un messaggio. Una seconda stagione incentrata solo sulla curiosità morbosa di conoscere dei risvolti narrativi fini a se stessi non avrebbe avuto molto senso.

Per questo sono contento, perché Tredici non aveva ancora detto tutto quello che aveva da dire. Queste tredici nuove puntate nascono anzitutto per mostrare le conseguenze del suicidio di Hannah Baker, un pretesto per illustrare le sfumature del bullismo ancor più nel profondo, senza risultare ripetitivo e stucchevole.

Il processo è solo il filo conduttore che serpeggia tra le tematiche trattate, le quali spaziano dalla violenza sessuale alla complicità del silenzio, fino a toccare la ricerca della giustizia in ogni sua forma, dalla legale a quella privata, quella personale. Tuttavia, sottolinea più volte i rapporti, di come questi non possono essere sani se dietro ci sono degli interessi, dei bisogni. E questo concetto lo sbatte continuamente in faccia: è un male tossico che si propaga e sporca il modo in cui si vive e si agisce.

Il secondo ciclo di puntate, dunque, punta a superare i confini dell’opera originale, e mira ad espandere il cosmo di Tredici con fatti studiati per combaciare con la premessa della prima stagione, anche se vi è qualcosa che non torna alla perfezione, un paio di forzature sulle quali si può soprassedere.

D’altra parte, abbiamo personaggi molto più interessanti, decisamente più tridimensionali e approfonditi dal punto di vista psicologico, in virtù del fatto che vengono narrati nuovi pezzi del puzzle, nuovi racconti attraverso i quali delineare una possibile verità, quella che si presume sia la più “vera”, nella speranza di trovare il colpevole: ma c’è davvero un solo, vero colpevole? La versione di Hannah, ascoltata nelle cassette, è messa in discussione venendo a conoscenza di relazioni precedentemente sconosciute, che cambiano la percezione degli eventi delle prime tredici puntate.

Si scende nell’abisso, si tocca il fondo più di una volta, nel tentativo di raccontare nuovamente l’adolescenza senza filtri, se non quello di tirare a sé una precisa fetta di pubblico, gli adolescenti, anche se un paio di scene crude farebbero pensare il contrario.

Insomma, il mondo di Tredici è pieno di pregiudizi che vale la pena dipingere e descrivere cercando di suscitare empatia nello spettatore. L’attenzione riversata nelle tematiche trattate è notevole, e, per quanto ci siano alcuni passaggi brodosi, e determinati filoni più interessanti di altri (quello del counselor Kevin Porter primeggia sul resto), vi è un grande rispetto e un’enorme apertura mentale nell’analisi dei viaggi emotivi dei personaggi, ciascuno dei quali non agisce sempre nel migliore dei modi, “presunti” buoni compresi. Il tutto culmina con il solito scherzetto, l’ennesimo pretesto un po’ debole per giustificare una terza stagione: viste come sono andate le cose con la seconda, confidiamo nell’abilità di chi ci lavora, anche se ciò non giustifica la fretta con cui è stato gestito il finale.

In ogni caso, la morale è sempre quella: bisogna parlare. Bisogna parlare dei propri problemi, dei propri dubbi, bisogna condividerli con le persone alle quali vogliamo bene e non farsi fregare dalla paura, dalla vergogna. Cercate, anzi, cerchiamo di essere empatici, perché spesso è tutto ciò di cui abbiamo bisogno, e perché queste cose succedono continuamente, anche mentre state leggendo queste parole.