La stagione 2 di Ted Lasso ci ha spaccato in 2

Stessa stagione, pareri diversi, per una delle serie cult di questo 2021
La stagione 2 di Ted Lasso ci ha spaccato in 2
Nicola Ligas
Nicola Ligas

Ted Lasso è una delle serie TV più premiate di sempre, e la recente incetta di Emmy è solo l'ultimo di una lunga serie di successi. Con queste premesse era difficile non esserne quantomeno incuriositi, ed infattti in ufficio ci siamo appassionati alle (dis)avventure del coach più chiacchierone che ci sia, ma abbiamo pareri diversi su come la serie si sia evoluta con il passare del tempo, soprattutto nella seconda stagione. Ecco quindi una recensione atipica di Ted Lasso Season 2, attraverso quattro punti di vista differenti. Attenzione: possibili spoiler!

Villain a tutti i costi

"No good deed goes unpunished", un modo di dire che in italiano si può tradurre "Nessuna buona azione resta impunita", che ben riflette ciò che succede all'irreprensibile Ted Lasso in questo finale di seconda stagione. Sì, perché Ted, supportato anche da Beard e dagli altri membri dello staff tecnico, fa di tutto per convincere Nate a credere in sé stesso, a tirare fuori le unghie per far vedere al mondo di che pasta è fatto. La buona azione di Ted e i trascorsi di Nate però gli si ritorcono contro, tanto da arrivare alla creazione di una sorta di villain, che non a caso si affianca al già odiato personaggio di Rupert Mannion (interpretato da Anthony Head, il Rupert Giles di Buffy). Un processo, quello di estremizzazione del lato cattivo di Nate, che è parte essenziale di questa seconda stagione, e che ad essere sincero ho apprezzato solo fino a un certo punto.

Badate bene, ciò che succede in questa seconda stagione serve a non rendere la serie TV Ted Lasso una storiella banale che si basa solo ed unicamente su sketch comici, che alla lunga potrebbero risultare anche noiosi e ripetitivi. La serie di Apple e Warner Bros. non si è mai voluta proporre come sitcom, come format classico appunto. L'obiettivo, e questa stagione ce lo conferma, è raccontare una storia leggera, facendoci anche vedere il lato umano delle persone coinvolte e le problematiche che tutti si trovano ad affrontare. Tutto ciò, Ted Lasso lo fa trasformandosi di fatto in una sorta di dramedy che potrebbe anche allontanare qualche spettatore. Mi viene infatti in mente il meme "I Came Here to Laugh, Not to Feel" (sono qui per divertirmi, non per provare emozioni) vista propria la deriva che le ultime puntate hanno preso: le crisi sentimentali, i funerali, i possibili addii, gli attacchi di panico di Ted, il personaggio di Sharon (la psicologa della squadra), tutto sfociato nel processo di estremizzazione di Nate. C'era davvero bisogno di un "cattivo" che rendesse ancora più difficile la vita a Ted e colleghi? Lo vedremo nella terza stagione.

Nonostante questa particolare deriva, Ted Lasso riesce comunque a farmi ridere, anche delle piccolezze, continuando a farmi apprezzare quel tentativo (ben riuscito) di fondere la comicità americana a quella inglese. E badate bene, in tutto ciò c'è anche il legame affettivo che unisce lo spettatore (e tra questi mi ci inserisco anche io) ai personaggi della serie. Vedremo insomma cosa succederà a Ted nella prossima stagione, prevista per l'estate del 2022. La speranza è che la dramedy non si tramuti del tutto in una serie drammatica, e che ci sia un giusto bilanciamento, come c'è stato nella seconda stagione, di sentimenti, risate e di affetto per i personaggi. Come direbbe Ted, "Believe".

Lorenzo Delli

La persona dietro i baffi

Ted Lasso è una serie che ti conquista per la sua umanità: non ha una trama piena di cliffhanger che ti tengono attaccati allo schermo, né situazioni assurde con incredibile ilarità. Quel che amo di Ted Lasso, e che ho ritrovato in questa seconda stagione ancor più che nella precedente, è la sua capacità di raccontare le persone e la complessità delle relazioni, senza prendersi troppo sul serio, ma anche senza lasciare nulla al caso.

Se nella prima stagione ci siamo affezionati a personaggi che erano poco più che macchiette, in questa seconda parte abbiamo iniziato a vedere davvero lo spessore di queste figure, che ci appaiono sempre meno come sagome monodimensionali. Ted non è solo un inguaribile ottimista yankee, ma una persona che trova il coraggio di affrontare i propri problemi di salute mentale. Roy Kent può andare oltre i grugniti scontrosi, mostrare le sue vulnerabilità in una relazione e apprezzare l'amicizia dei Diamond Dogs. Keeley ha talento ed ambizioni personali, per le quali è pronta a mettere in gioco la propria relazione e il suo ruolo da modella naive e spensierata.

Tutti i personaggi di Ted Lasso crescono, guadagnano spessore: ma lo fanno lentamente, un pezzetto alla volta, confrontandosi con gli altri e senza sbatterlo in faccia ai riflettori. Proprio come nella vita reale.

A rendere tutto più frizzante ci sono i dialoghi, tra i più brillanti mai visti in una serie TV, stracolmi di citazioni (di cui me ne perdo la metà), e poi quel tocco di locura (come direbbero in Boris) che smorza i toni e ci invita a non prendere niente troppo sul serio (perché diciamolo: la puntata su Coach Beard è una gemma!).

Giuseppe Tripodi

La miglior commedia in circolazione

Dopo aver visto per intero la seconda stagione di Ted Lasso forse ormai la definizione di "commedia" gli sta un po' stretta. Rimane comunque la categoria che più appartiene a quella che a mio parere è una delle migliori serie tv in assoluto degli ultimi anni. Perché intendiamoci, è "facile" fare una bella serie TV quando hai un bel franchise (vedi Mandalorian) o una storia folle (vedi Squid Game), ma è molto più difficile farlo con una commedia. Perché si è già visto e detto tutto, ma non nel modo in cui lo fa Ted Lasso.

La serie di Apple TV+ lo fa con dialoghi e situazioni plausibili e molto più vicine al nostro mondo, creando dinamiche così realistiche da diventare quasi imprevedibili per come siamo abituati a guardare le serie TV. Perché se c'è un divorzio siamo abituati e vedere i personaggi litigare o se c'è un problema di salute mentale il protagonista solitamente si chiude a riccio per lungo tempo.

Dinamiche superate per Ted Lasso, in cui la vita dei personaggi è sì complicata (come la vita di tutti noi), ma in modo molto più umano. E a ricordarcelo ci pensa Coach Beard con la sua sbronza epica.

Emanuele Cisotti

Il prezzo del successo

Ci sono buone probabilità che, anche se non l'aveste mai vista, abbiate sentito parlare di Ted Lasso. Del resto la serie di Apple TV+ è chiacchieratissima fin dalla prima stagione e, come praticamente per tutti gli Apple Originals, è un prodotto di qualità elevata.

Dalla fotografia, agli attori, alla cura del dettaglio in sceneggiatura e scenografie: Ted Lasso svetta rispetto alle masse sotto molti aspetti, e probabilmente anche grazie a questo gode di tanta buona fama ma, come spesso succede alle serie di successo, c'è il rischio che le aspettative siano troppo alte.

Ted Lasso è una serie che va avanti incalzante: 10 sono gli episodi della prima stagione, 12 quelli della seconda; non c'è tanto tempo per divagare. Questa fretta, per così dire, che da una parte tiene viva l'attenzione, dall'altra ha anche un risvolto negativo.

Nella prima stagione il rapporto con la (ex) moglie ed il figlio è molto velocizzato, ed ancora non mi spiego bene come Ted accetti senza battere ciglio, da un giorno all'altro, di non vedere mai quest'ultimo. Allo stesso modo gli attacchi di panico di Ted in questa seconda stagione vengono ripresi più volte, ma mai sviscerati del tutto, tanto che la loro vera origine è come minimo ambigua (Il padre? Il divorzio?).

Ma l'esempio più eclatante di tutto ciò è senz'altro Nate. Per tutta la seconda stagione si capisce che qualcosa stava montando, che Nate, ormai ex brutto anatroccolo, voleva spiccare il volo. Del resto sembrava un cliché: il bullizzato che diventa bullo a sua volta, che si monta la testa. E invece no; non proprio. Le vere ragioni del cambiamento di Nate, almeno per come lui le descrive coloritamente a Ted, non si sono mai viste sullo schermo. E non si tratta di mettere in piedi un colpo di scena, perché l'effetto non è quello: che Nate stesse piano piano trasformandosi in un antagonista era chiaro, sono solo le motivazioni ad essere pretestuose.

Ted Lasso parte commedia, sfocia un po' troppo nella macchietta, vira allora con convinzione in direzione del dramma, e finisce... staremo a vedere! Non è un problema il cambio di genere. Quello di coerenza qua e là, magari un po' si.

Ed in tutto ciò non ho citato nemmeno una volta Roy Kent. Anche se è CGI poco importa. Del resto la migliore sintesi dello show è sua:

Don't you dare settle for fine. - Roy Kent

Nicola Ligas

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