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Bitcoin, crolla il mercato: la Cina chiude le mining farm

SmartWorld team -

Crolla ancora il mercato dei bitcoin e delle criptovalute. Lunedì Ethereum, Bitcoin e Dogecoin hanno registrato un calo netto (12% in meno per l’intero mercato, secondo CoinBase) e ancora una volta a incidere sul “tonfo” è la Cina.

Così come già accaduto lo scorso maggio, infatti, il governo cinese ha nuovamente preso di mira le centrali di mining, le società che si occupano di elaborazione per la convalida delle transazioni della regione di Sichuan. E ha citato nuovamente un vecchio divieto che proibisce alle società finanziarie di partecipare attivamente all’estrazione e alla vendita delle criptovalute. 

Quella di maggio, però, era solo un’avvisaglia. In un lunedì nero per le criptovalute, la Cina ha annunciato l’intenzione di applicare in modo molto più serio e stringere il divieto, chiedendo a banche e servizi finanziari di “staccare la spina” a queste aziende e bloccando il commercio delle criptovalute. Poche ore prima era partito il provvedimento con cui le autorità regionali di Sichuan hanno ordinato la chiusura di 26 mining farm locali. 

Criptovalute, mercato in calo: chiuse mining farm

A essere convocate al tavolo della People’s Bank of China sono state le principali banche e servizi finanziari cinesi – tra cui Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank, Postal Savings Bank e Industrial Bank, e anche Alipay, la piattaforma per i pagamenti online gestita dal colosso dell’e-commerce fondato da Jack Ma, Alibaba.

“Le transazioni in valuta virtuale e l’attività speculativa hanno interrotto il normale ordine dell’economia e del sistema finanziario – hanno spiegato in una nota dalla Pbco nel corso dell’apposito tavolo regolatore – aumentando i rischi di trasferimenti transfrontalieri illegali di beni e di attività illegali come il riciclaggio di denaro”.

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Nello specifico, la Pboc ha sottolineato lunedì 21 giugno che tutte le banche e gli operatori di pagamento online dovrebbero “astenersi dal fornire servizi di apertura conti, registrazione, negoziazione, regolamento e compensazione per attività legate alla criptovaluta. Ogni organizzazione dovrebbe identificare in modo completo i conti di fondi collegati a scambi di criptovalute e rivenditori, e interrompere immediatamente le rispettive vie di pagamento”, ha affermato.

Bitcoin, chiusura mining farm in Cina: perché

La stretta della Cina – che rappresenta circa il 65% della produzione mondiale di criptovaluta – non è, come detto, arrivata inaspettata. Nel fine settimana le autorità sono passate ai fatti iniziando a chiudere le mining farm in una delle regioni dove si concentra la gran parte delle attività di certificazione delle transazioni in bitcoin.

La stima è una riduzione dell’estrazione di bitcoin del 90% nell’area cinese, e le ripercussioni sul mercato delle criptovalute non si sono fatte attendere. Lunedì DogeCoin era sceso di oltre il 30%, a 17,6 centesimi (ad aprile era a 70 centesimi), Bitcoin era in calo di poco più del 10%, Ethereum del 15%. 

“Più del 90% della capacità di mining di bitcoin, o un terzo della potenza di elaborazione della rete globale di criptovalute, sarà sospeso a breve termine – ha detto al GlobalTimes la piattaforma BankLedger, che offre servizi agli sviluppatori di applicazioni blockchain e che opera soprattutto nel mercato cinese -, di conseguenza i minatori cinesi dovranno formare alleanze per migrare all’estero, in luoghi come il Nord America e la Russia”. 

La posta in gioco d’altronde è altissima, sia per quanto riguarda l’impatto ambientale che comporta il “mining”, “l’estrazione” della criptovaluta da parte dei computer, sia per uno dei maggiori punti deboli delle criptovalute, i frequenti attacchi hackerPer non parlare dell’aspetto finanziario e speculativo, tutti fattori di cui la Cina, “culla” dei bitcoin, è perfettamente consapevole.

Conseguenza diretta, quella che è stata già ribattezzata «la grande migrazione del mining», con i minatori che dall’Oriente sembrano diretti verso gli Stati Uniti. Per la precisione in Texas, dove i prezzi energetici sono tra i più bassi al mondo. Come sottolineato anche dalla Cnbc, lo stato americano ha inoltre due ulteriori elementi che lo rendono attraente agli occhi del cripto-universo. Il primo è che sta puntando moltissimo sulle energie rinnovabili, in particolare sull’energia eolica, fattore che influisce non poco sui costi. In secondo luogo, il Texas si basa su un mercato deregolamentato, che permette ai clienti di scegliere i fornitori di elettricità.