Mining dei bitcoin più nemico dell'ambiente dopo il ban della Cina

Una ricerca ha studiato l'impatto del ban cinese della criptovaluta sull'uso da parte delle mining farm delle varie fonti di energia e non sono buone notizie
Mining dei bitcoin più nemico dell'ambiente dopo il ban della Cina
Alessandro Nodari
Alessandro Nodari

Che le criptovalute abbiano un impatto sull'ambiente è un fatto ormai assodato, grazie all'enorme necessità di energia elettrica che le schede grafiche necessitano per validare le transazioni e, non da meno, anche al crescente problema dei rifiuti elettronici. Pensate che secondo un recente studio una singola transazione di bitcoin è l'equivalente di qualcosa come 669 chilogrammi di anidride carbonica. Per dare un'idea, un volo di andata e ritorno in classe economica da Londra a New York emette circa 670 kg di CO2 per passeggero. È ovvio quindi che più il mining dei bitcoin si sposta verso fonti rinnovabili di energia, minore è l'impatto sull'ambiente.

Ora una ricerca ha studiato l'effetto del ban cinese sui bitcoin sull'uso delle fonti di energia da parte delle mining farm.

Il ban cinese è stato un momento importante in questo processo, perché la Cina ospitava oltre il 70% delle operazioni di mining di Bitcoin nel mondo. Durante le stagioni umide, i minatori potevano sfruttare l'eccesso di energia idroelettrica nelle province del Sichuan e dello Yunnan del paese, mentre durante la stagione secca, si trasferivano nello Xinjiang e nella Mongolia Interna, dove facevano affidamento principalmente sull'elettricità proveniente dalle centrali elettriche a carbone.

Ora una ricerca ha evidenziato che le mining farm si sono trasferite principalmente in due paesi, Stati Uniti e Kazakistan.

Il Kazakistan, che al momento ospita il 18% delle mining farm mondiali, basa l'estrazione di energia sul carbon fossile, che rilascia ancora più CO2 rispetto ad altri tipi di carbone e come se non bastasse ospita centrali elettriche meno efficienti.

Gli Stati Uniti dal canto loro ospitano oltre un terzo dell'estrazione mondiale di Bitcoin e per la sua elettricità fanno affidamento principalmente sul gas, seguito dal carbone. Secondo la ricerca la quota di gas naturale utilizzata per alimentare l'estrazione di Bitcoin è quasi raddoppiata dal 15 al 30% dopo che i minatori hanno lasciato la Cina. Anche la quota di fonti rinnovabili di elettricità utilizzata per l'estrazione di Bitcoin è diminuita in modo significativo, da una media di circa il 42% nel 2020 al 25% nell'agosto dell'anno successivo.

La ricerca conclude che l'unico modo per fermare il processo è usare fonti di energia rinnovabili. Il Crypto Climate Accord, in cui i membri si impegnano a raggiungere emissioni zero dal consumo di elettricità in relazione alle loro operazioni crittografiche entro il 2030, è una di queste iniziative. Ma il rapporto suggerisce che tale obiettivo è ancora molto lontano.

Via: The Verge
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