Seabed 2030: il viaggio alla volta della mappatura dei mari

Federica Papagni

Nel 2017 la fondazione giapponese Nippon e l’organizzazione intergovernativa General Bathymetric Chart of the Ocean (GEBCO) hanno lanciato Seabed 2030, un progetto finalizzato alla mappatura dell’intero fondale marino del nostro pianeta entro il 2030. A quell’epoca solo il 6% degli oceani era stato mappato secondo gli standard moderni, mentre ora a distanza di tre anni è stato attestato che la superficie coperta si aggiri intorno al 19%.

Potremmo considerare questa operazione come uno strumento di prim’ordine, perché grazie al suo completamento si avrà a disposizione un modo per capire meglio l’oceano e i suoi processi fondamentali, come il trasporto di sedimenti, l’innalzamento del livello del mare, la formazione degli tsunami e, in questo modo, sarà più agevole intraprendere ricerche scientifiche, utilizzare le sostenibilità degli oceani e ponderare decisioni politiche.

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Dal punto di vista pratico, per realizzare questo progetto sono stati utilizzati degli ecoscandagli multibeam, la tecnologia montata sotto gli scafi delle imbarcazioni che permette di conoscere l’aspetto del fondale marino tramite l’emissione di impulsi sonori, in grado, inoltre, di determinare la profondità grazie al calcolo della quantità di tempo necessaria che impiega l’onda sonora per rimbalzare sul fondo marino e tornare in superficie.

Jamie McMichael-Phillips, il direttore del progetto, ha dichiarato che con il sostegno di governi, industrie, università e filantropia, e utilizzando tecnologie innovative, è previsto che la disponibilità di nuovi dati, consultabili pubblicamente, crescerà su base annuale e che in virtù della grande importanza delle collaborazioni in questo progetto, Seabed 2030 continuerà a cercare nuove partnership e novità in fatto di tecnologie da utilizzare.

Via: The Verge