La Cina e il pugno duro contro i videogiochi: quali conseguenze per la privacy?

La Cina e il pugno duro contro i videogiochi: quali conseguenze per la privacy?
SmartWorld team
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Qualche giorno fa abbiamo riportato la notizia del controverso meccanismo di riconoscimento facciale sviluppato da Tencent per limitare l’uso dei videogiochi in Cina. Una mossa che ha certamente fatto discutere per le sue possibili implicazioni sulla privacy ma che, a conti fatti, non dovrebbe sorprendere se si guarda al rigido contesto normativo in cui è inserita.

Quello di Tencent, infatti, è soltanto l’ultimo atto – peraltro ispirato da provvedimenti che potrebbero presto essere imposti in chiave generale – di una battaglia portata avanti dal governo cinese per contrastare il fenomeno di abuso nell’utilizzo dei videogiochi, in special modo tra gli utenti più piccoli.

Un intento tutto sommato anche giustificabile, ma su cui si intersecano evidenti questioni sottese alla protezione dei dati personali.

Il regolamento cinese del 2019 contro l'uso dei videogiochi

Il primo intervento normativo in materia risale nell’ormai lontano 2019, allorquando le autorità cinesi produssero un regolamento destinato a cambiar per sempre l’approccio tra i giovani e i videogiochi. Un intervento già preannunciato due anni addietro dopo che Pechino aveva deciso di far causa ad un popolare gioco mobile per presunti fenomeni di dipendenza sui minori.

Anche in quell’occasione fu Tencent ad anticipare le mosse del governo, il cui regolamento ottenne in breve tempo le fatidiche approvazioni malgrado qualche dubbio sulla privacy.

Il rigoroso pacchetto – che potremmo definire quasi come una policy sui videogiochi – veniva giustificato da due ragioni di fondo: l’incremento esponenziale dei dispositivi mobili e il prolungarsi nell’uso dei titoli videoludici da parte dei più piccoli. Due fattori che, messi assieme, avrebbero provocato – almeno a dire delle istituzioni cinesi – quell’incremento di miopia registrato sulla stragrande maggioranza della popolazione avente un’età sopra ai cinque anni.

Il provvedimento (ispirato dalla necessità di contrastare quella che il governo definisce senza troppi giri di parole come “un'abitudine malsana e nociva alla salute dei giovani”) si rivolge esclusivamente ai minori di 18 anni e può essere riassunto in poche battute:

  • L’adozione di un “coprifuoco” per i videogiocatori: quest’ultimi, infatti, non potranno accedere ai titoli videoludici nella finestra temporale compresa tra le ore 22:00 e le 8:00
  • Limite all’uso dei videogiochi: si potrà giocare fino ad un massimo di 90 minuti al giorno, incrementati a 3 ore al giorno in occasione dei weekend e delle festività
  • Stringenti limiti agli acquisti in-app, al fine di contrastare ogni fenomeno di dipendenza e di gioco d’azzardo: gli utenti tra gli 8 e i 16 anni potranno effettuare transazioni online fino ad un corrispettivo massimo mensile di 200 yuan cinesi (corrispondenti grossomodo a 25 euro), raddoppiato a 400 yuan per i gamer di età compresa tra i 16 e i 18 anni

L'ulteriore stretta contro i videogiochi

Il pacchetto di norme – che poneva già delle evidenti ripercussioni sotto il profilo della privacy – è stato ulteriormente ritoccato in tempi di pandemia. Mediante un provvedimento applicato a partire dallo scorso settembre, il governo cinese ha infatti deciso di introdurre una nuova stretta contro i videogiocatori di età inferiore ai 18 anni, con conseguenze ancor più significative sul versante dei dati personali.

L’elemento cardine della misura consiste nell’eliminazione del gamertag in favore dell’utilizzo del nome personale. Detto in altri termini, i videogiocatori potranno accedere alle sessioni online a patto di inserire i propri dati anagrafici all'interno di un sistema di autenticazione sviluppato dalle stesse autorità locali. Tali dati verranno poi incrociati con quelli riportati nelle carte di identità, al fine di assicurare la veridicità delle informazioni inserite in fase di registrazione. Viene inoltre posto un generale divieto di utilizzo di quei titoli che includono specifici riferimenti alla sessualità, al gioco d’azzardo e alla violenza. E proprio su quest’ultimo fronte si potrebbe anche sollevare qualche dubbio se si considera la generalità dell’etichetta “violenza” e la sua possibile applicazione alla stragrande maggioranza dei giochi in commercio.

Il provvedimento aveva la finalità di garantire il rispetto del coprifuoco e del pacchetto normativo già introdotto nel 2019. L'inasprimento delle misure ha tuttavia comportato l'emersione di fenomeni distorsivi. Come raccontato infatti da numerosi quotidiani locali, nell’ultimo periodo si è assistito ad un intensificarsi della circolazione di documenti falsi e della nascita di vere e proprie sale giochi per smartphone aventi lo scopo di eludere i controlli disposti a monte dalle autorità.

La via del riconoscimento facciale

Da qui trova così spiegazione la notizia degli ultimi giorni e che va inquadrata in un più ampio contesto di inasprimento delle misure contro i videogiochi. Tencent ha elaborato un sistema di riconoscimento facciale per limitare l’uso dei titoli videoludici di notte, ma si tratta di una misura già al vaglio dell’autorità centrale. Che nelle scorse settimane ha manifestato la propria volontà di creare un sistema di identificazione unitario per i videogiocatori più piccoli. Il sistema avrebbe lo scopo di far rispettare come mai prima d'ora il coprifuoco, ma con conseguenze certamente significative sotto il fronte della privacy.

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