La dipendenza da videogiochi è stata riconosciuta come patologia dall’OMS

Lorenzo Delli -

L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha ufficialmente riconosciuto la dipendenza da videogioco come patologia. Per la precisione il disturbo si chiamerebbe “Gaming Disorder“, ed è stato inserito nella sezione relativa alle patologie mentali nonché nella International Classification of Diseases (ICD), elenco ufficiale delle malattie rilasciato dall’OMS aggiornato di recente all’undicesima edizione.

Bisogna però mettere i puntini sulle “i”, specificando che non si tratta di un tentativo di demonizzare i videogiochi e l’industria videoludica in generale. Insieme a circa 55.000 altre voci, il “Gaming Disorder” consisterebbe in “una serie di comportamenti ricorrenti o persistenti che prendono il sopravvento sugli altri aspetti della vita comune“. Non si tratta certo di una novità, ma procediamo per gradi.

Tre i sintomi che possono portare a una diagnosi relativa alla dipendenza da videogioco:

  • Il gioco ha la precedenza su tutte le altre attività, considerate meno importanti;
  • Un controllo alterato del comportamento: anche in caso di conseguenze negative, dettate da provvedimenti presi ad esempio dai genitori (se il soggetto è giovane), il bisogno di giocare con diminuisce, anzi;
  • La presenza di stress e angoscia, e in generale problemi a svolgere tutte quelle occupazioni (lavorative, di studio, personali e familiari) che esulano dal contesto videoludico.

Si tratta di sintomi molto vicini a quelli relativi alla dipendenza da sostanze stupefacenti. Uno stato alterato del comportamento dettato dai tre elementi appena elencati deve durare almeno un anno per poter essere catalogato come dipendenza da videogioco.

Sta di fatto che non si tratta esattamente di una novità. Negli Stati Uniti esistono già da anni cliniche che si occupano del fenomeno, e persino in Italia esistono realtà come quella del Centro Hikikomori (Centro Studi e Terapie sulle Nuove Dipendenze e Problematiche Relazionali), con una sede a Milano e vari terapeuti e psicologi dislocati in varie regioni di Italia, che si occupano del problema.

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L’inserimento nella IDC dell’OMS è però un passo in avanti, perché potrebbe aiutare familiari e operatori sanitari a riconoscere i sintomi per tempo, anticipando magari il peggioramento della situazione. Non consideriamola quindi come appunto una mossa per attaccare tutto ciò che gravita intorno al mondo dei videogiochi, quanto più il riconoscimento di una dipendenza che può portare a gravi disturbi psicologici.

Via: Corriere Comunicazioni