PEGI, come cambiano i criteri di rating dei videogiochi: il paradossale caso dei Pokémon

PEGI, come cambiano i criteri di rating dei videogiochi: il paradossale caso dei Pokémon
SmartWorld team
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Tutti i giochi che insegnano il gioco d’azzardo saranno d’ora in poi vietati ai minori di diciotto anni. È quanto prevede il recente aggiornamento dei criteri PEGI (l’acronimo di Pan European Game Information), i cui effetti sono stati in parte mitigati dalla mancata applicazione retroattiva della regola. Che avrebbe certamente sollevato un polverone mediatico di non poco conto e al contempo tagliato fuori dei franchise che, per storia, tradizione e natura, si rivolgono soprattutto ai più piccoli.

Il "caso" Pokémon

Si prenda il caso dei Pokémon: in molti capitoli della saga è possibile dilettarsi con il Game Corner, un edificio che include slot machines e roulette e che offre al videogiocatore di turno la possibilità di giocare d’azzardo per vincere soldi oppure premi da spendere durante il gioco; in alcuni casi – vedasi Pokémon Giallo, Rosso e Blu, nonché i remake Rosso Fuoco e Verde Foglia – il passaggio alle slot machines è addirittura quasi obbligatorio per l’ottenimento di Pokémon rari od introvabili.

Ebbene, l’adozione retroattiva dei nuovi criteri PEGI (per fortuna scongiurata, come ricordato all’inizio) avrebbe comportato una conseguenza a dir poco paradossale: i Pokémon equiparati a GTA per via della classificazione PEGI 18, con il risultato di essere proibiti ai minori di diciotto anni. Un paradosso certamente grottesco. Ma di esempi analoghi ce ne sarebbero a decine, con effetti pressoché identici a prescindere dalla casa sviluppatrice e dalla trama.

PEGI e il gioco d'azzardo

Alla base dell’inasprimento vi è una definizione più rigida di gioco d’azzardo. Per effetto dell’aggiornamento dei criteri PEGI, un titolo videoludico sarà d’ora in poi classificato come PEGI 18 laddove insegni effettivamente all’utente come scommettere, oppure renda affascinante il gioco d’azzardo stesso. La presenza passiva delle scommesse all’interno dell’ambientazione del gioco non sarà, invece, da sola sufficiente per far scattare l’applicazione della più rigorosa regola.

L’aver classificato come PEGI 18 il gioco delle scommesse – o meglio, l’insegnare il gioco d’azzardo tramite un videogioco, incoraggiandone quindi la pratica nella realtà – ha già determinato qualche scostamento nella classificazione dei titoli videoludici presenti sul mercato dal 2020. Un esempio evidente è rappresentato da Overboard! Per Nintendo Switch, per il quale vige la riconduzione dentro alla categoria PEGI 18 – e non invece PEGI 12, almeno a guardare la trama del videogioco, intriso di elementi di moderata violenza e utilizzo di alcol – per un motivo evidentemente centrale: la presenza di una partita a blackjack durante il corso di una scena.

Sebbene non retroattivo, l’inasprimento della valutazione relativa al gioco d’azzardo non è senza conseguenze. Se è vero che non cambierà nulla per gli storici videogiochi, la questione è tuttavia diversa nell’eventualità in cui, ad esempio, si volesse in futuro rilanciare la pubblicazione in Europa di quei franchise in cui sono presenti simulatori di gioco d’azzardo. Prendendo nuovamente a riferimento Pokémon Rosso, Blu o Giallo, sarà perciò necessario eliminare i riferimenti alle sale giochi per non incappare nella classificazione PEGI 18. C’è da dire, comunque, che i giochi Pokémon hanno già da tempo abbandonato i riferimenti alle scommesse, complice appunto un acuirsi delle restrizioni d’età. E lo conferma indirettamente l’imminente uscita dei remake di Pokémon Diamante Lucente e Perla Splendente – la data in calendario è fissata per il 19 novembre – caratterizzati appunto dalla presenza di un negozio di vestiario anziché dello storico edificio del casinò.

La "zona grigia" delle loot box

La modifica dei criteri PEGI si interseca con un altro argomento alquanto spigoloso e che potrebbe, in fondo, rappresentare una diretta conseguenza della prima: la “zona grigia” determinata dalle cosiddette “loot box”, ossia quelle scatole acquistabili come ordinativi in-app dentro ad un videogioco tendenzialmente gratuito e che, per il tramite di queste, permetterebbero all’utente di migliorare la propria esperienza videoludica. Il classico esempio è rappresentato da pacchetti a “sorpresa” dentro ai quali è possibile trovare degli oggetti migliorativi: il videogiocatore versa di sua spontanea volontà un prezzo in moneta reale – trattandosi appunto di acquisti facoltativi e non obbligatori – pur sconoscendo, all’atto del pagamento stesso, il contenuto della loot box. Un acquisto al “buio”, alla stregua dei giochi d’azzardo tradizionali, come ad esempio le slot machines.

Ebbene, fino a che punto le loot box possono essere considerate come gioco d’azzardo? Il problema è di non agevole soluzione, almeno fintantoché non verrà fatta chiarezza sul punto attraverso una regolamentazione unitaria. Di certo, però, è che non tutte le loot box sono uguali: su FIFA Mobile, ad esempio, ce ne sono diverse proposte all’utente gratuitamente, mentre altre hanno un contenuto certo, che consiste nella maggior parte dei casi nello scambio di oggetti o per il tramite di altri oggetti posseduti dall’utente, oppure attraverso denaro reale.

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