6.5

City of Brass – Dai creatori di Bioshock (recensione)

Giorgio Palmieri

Recensione City of BrassRoguelike e industria indipendente vanno a braccetto, e sono in tanti a spiccare sul versante qualitativo, che quasi la cosa non fa più scalpore. Tuttavia, quando tra gli ingredienti dell’intruglio emerge un nome altisonante – quello di chi ha lavorato all’amatissimo Bioshock – , è lì, in quel momento, in quel preciso istante, che sollevi le sopracciglia e sei pronto a prestare massima attenzione: ecco la nostra recensione di City of Brass.

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Editore Uppercut Games
Sviluppatore Uppercut Games
Piattaforme PS4, Xbox One, PC
Genere Azione, roguelike
Modalità di gioco Singolo giocatore
Lingua Italiano
Prezzo e acquisto 19,99€ PS4 | 19,99€ XB1 | 22,99€ PC

Dei quaranta ladroni, ne è rimasto solo uno


City of Brass sarà ricordato come il videogioco in cui si impersona il ladro meno “ladro” di sempre. Sì, bisogna esplorare delle zone infestate da mostri e colme di tesori nascosti, ma ciò non fa del protagonista un rapinatore nel mero senso del termine. D’altronde, quel denaro nei forzieri non sarebbe mai stato utilizzato né ora, né mai, quindi tanto vale…

Da questa premessa nasce la creatura di Uppercut Games (nella quale si distinguono alcune ex figure chiave di 2K), ennesima esperienza di stampo roguelike vissuta in soggettiva, ambientata in un’atmosfera da mille e una notte, dai connotati però orrorifici. La dotazione dell’eroe senza nome prevede una scimitarra e una frusta, con la quale è possibile colpire, trascinare, accecare, disarmare e far cadere i nemici, e non per forza in quest’ordine.

È necessario farsi strada nei luoghi di gioco, dai mercati abbandonati ai sobborghi, fatti di strade dominate dai non morti, inanellati in un percorso composto da una decina di livelli, posati su una manciata di punti fermi chiamati “I Piantoni”, temibili creature magiche che rivestono il ruolo dei boss di turno. Dunque, non aspettatevi una narrativa, perché si tratta del classico videogioco la cui maggior preoccupazione dimora nel divertimento nudo e crudo, privo di orpelli, che può contare su una conclusione nemmeno troppo lontana dal punto d’inizio, sebbene sia separata da una strada piena zeppa di trappole, un elemento sul quale ritorneremo a breve.

Il sistema di combattimento è semplicistico e abbattere gli avversari è solo questione di pochi colpi. L’ambiente può essere sfruttato a proprio vantaggio, raccogliendo magari vasi da scagliare o colpendo le apposite anfore esplosive.

La componente roguelike invece ruota esclusivamente attorno ai geni, la maggior parte dei quali offrono potenziamenti in cambio di gruzzoli variabili di denaro, sparsi nelle stanze dei livelli. Oltre alle monete, il giocatore dispone di un’altra valuta, i desideri, utilizzabili sempre dai geni: quelli amichevoli aggiungeranno un’ulteriore abilità al loro negozietto, mentre quelli ostili potranno essere liberati dalla loro pena, e, in cambio, vi aiuteranno in battaglia, sparando palle di fuoco o evocando scheletri alleati sul campo.

Che sia chiara una cosa: le capacità speciali e gli oggetti ottenibili in partita non solo non brillano in termini di varietà ed efficacia, ma saranno azzerati ad ogni morte dell’alter ego virtuale. Qualche escamotage per mantenere una minima parte della dotazione nella sessione successiva c’è, tuttavia la difficoltà del gioco raggiunge picchi elevatissimi di frustrazione, tanto è vero che le abilità aggiuntive davvero utili nell’alchimia dell’esperienza si possono contare sulle dita di una mano.

La persistenza esiste poi in due fattori: nei punti di controllo, dei portali dai quali ricominciare l’avventura una volta sconfitti; e in una barra d’esperienza che si carica al termine della partita, al cui riempimento dona un timido benefit persistente, gettando quindi una sorta di progressione nel calderone delle idee, ma non aspettatevi molta magnanimità in tal senso. Insomma, non sarà una maggiore gittata della frusta o di un qualsiasi oggetto lanciato a salvarvi dal vero pericolo di City of Brass, il quale sorge nella sovrabbondante presenza di trappole.

Gas velenosi, buche, pedane pericolanti, rampicanti, lame taglienti: in pratica, il level design è un incubo e distrarsi anche solo per un istante significa perdere una fetta preziosa della piccolissima barra vitale dell’eroe. In vostro soccorso giungono i modificatori, con i quali potrete adattare la difficoltà ai vostri fabbisogni, sia mirando in alto che verso il basso: si passa da una maggiore quantità di vita e ricchezza, all’eliminazione del tempo, croce fastidiosa che esige vi muoviate in fretta per terminare il livello, prima che scada, in totale antitesi con la calma che invece richiede l’esplorazione.

Per quanto sia effettivamente possibile addolcire la minaccia, quella di Uppercut Games rimane comunque una sfida da non sottovalutare, che sguazza nella rabbia, quella vera, palpabile. E più si procede nei livelli, più ardua diventa l’impresa, più trappole si infilano nell’algoritmo procedurale, capace di generare e intrecciare livelli dal buon impatto estetico, tant’è che talvolta sembra di essere al cospetto di stanze dal sapore vagamente artigianale, anziché di pezzi preconfezionati e incollati tra loro in modo casuale.

Purtroppo l’aspetto esplorativo non è ben alimentato, in virtù della poca creatività riversata nei potenziamenti e del rischio che ne consegue, date le già citate trappole. Proprio la frusta poteva essere materia di approfondimento nelle possibilità di movimento, magari nella costruzione di fasi platform, che il gioco di tanto in tanto accenna senza mai scendere in profondità. A onor del vero, in particolare, è la profondità dell’esperienza a deludere, e con lei la ripetitività: nel giro di un po’ di ore il gioco potrebbe esaurire il suo charme a causa della struttura ciclica dei livelli, la quale non spicca per assortimento di situazioni.

Per concludere, vi segnaliamo che, su PS4 Pro, il comparto tecnico si difende bene e mira ai sessanta fotogrammi al secondo, senza sacrificare il dettaglio grafico, sfoggiando una buona interattività con l’ambiente. Il risultato appaga vista e udito, tra musiche orientaleggianti e una complessità poligonale sorprendente, specie se si considera che siamo dinanzi ad un prodotto indipendente. L’unica delusione visiva risiede nell’interfaccia a dir poco scarna, nei menù e nelle descrizioni degli oggetti, intrappolate a loro volta in altri menù poco intuitivi.

6.5

Giudizio Finale

Recensione City of Brass – Giudizio Finale – City of Brass è una gradita interpretazione del roguelike, lontana però dall’essere considerata un capostipite del genere. Poca varietà e il poco interesse che circonda il sistema di potenziamento potrebbero seriamente minare il divertimento a lungo termine dell’avventura, caratterizzata da una costruzione dei livelli davvero spietata e abbastanza ripetitiva. Buona la grafica, bella la frusta e i suoi (seppur limitati) utilizzi, e senz’altro gratificante in certi momenti, ma non chiedetegli altro.

PRO CONTRO
  • Buona interattività ambientale
  • La frusta è efficace e divertente
  • Visivamente ben costruito
  • Frustrante, anche fin troppo
  • Poca creatività nei potenziamenti
  • Varietà di situazioni minima

Recensione City of Brass – Trailer

Recensione City of Brass – Screenshot