6.5

Recensione Daymare: 1998 – Orrore italiano anche su console

Giorgio Palmieri -

Recensione Daymare: 1998

In principio, Daymare: 1998 non era Daymare: 1998. Si chiamava Resident Evil 2 Reborn, era un rifacimento amatoriale e in rete aveva fatto scoppiare l’utenza di gioia a tal punto da solleticare l’interesse di Capcom stessa, che poi chiamò in sede il team di sviluppo, gli italianissimi Invader Studios, per chiedere loro di trasformare il progetto in qualcosa di più, in qualcosa di personale. Il motivo? Da lì a poco, sarebbe giunto il restauro di Resident Evil 2 ufficiale, e quel grande lavoro compiuto dai nostri compaesani non poteva, anzi, non doveva essere sprecato. Dopo una lunga attesa, eccoci al cospetto della versione console di Daymare: 1998, la cui edizione per PC è già sugli scaffali digitali da qualche mese.

Editore Destructive Creations, All in! Games
Sviluppatore Invader Studios
Piattaforme PS4, Xbox One, PC Windows
Genere Survival horror
Modalità di gioco Singolo giocatore
Lingua Testi in italiano
Prezzo e acquisto 34,99€

Che non vi venga in mente di tacciare Invader Studios di aver compiuto un lavoro di riciclo e di mera copia, altroché. Daymare: 1998 è un progetto a dir poco ambizioso, uno dei più grandi sulla scena odierna del survival horror, un genere che, se non fosse per la realtà virtuale, i rifacimenti e le bestie da social (Mostrum, Five Nights at Freddy’s, Dead by Daylight e compagnia bella), di certo non avrebbe potuto contare su troppi esponenti.

Chiaro è che l’ispirazione di Invader Studios è di fatto Resident Evil, quello puro, con poche munizioni, denso di enigmi e dalla legnosità intrinseca, atta ad emulare un’esperienza clamorosamente nostalgica, imbevuta in un complotto che ha più di un punto in comune con l’Umbrella e Raccoon City. Del resto, la trama di Daymare: 1998 narra di un centro di ricerca segreto e di un’arma chimica letale che ha trasformato gli abitanti di una città in morti viventi. Insomma, le citazioni son più che palesi.

Il perno della vicenda, però, ruota attorno a punti di vista differenti, gettati dai tre protagonisti che il giocatore andrà a impersonare, cioè un agente speciale, un pilota di elicotteri e un ranger colpito da continue allucinazioni. L’idea di esplorare l’epidemia da varie angolazioni non è nuova, ma è senza dubbio un modo per approfondire una vicenda abusata, che, in questo caso, abbonda di narrativa ambientale.

A prescindere dalla scrittura un po’ esagerata, l’intreccio della storia genera curiosità, malgrado i dettagli davvero vitali vengano elargiti con il contagocce. È solo il finale a snocciolare alcune delle decine di domande venute a galla durante l’avventura, con una lunga spiegazione che avrebbe beneficiato di una distribuzione migliore lungo il gioco.

In più, è sotto gli occhi di tutti la scarsa qualità delle sequenze di intermezzo: non solo le espressioni facciali sono a dir poco arcaiche, ma persino le animazioni e le doti recitative in lingua anglofona lasciano ampiamente a desiderare. Peccato, perché l’atmosfera gode di una cura a tratti sorprendente, con giochi di luce interessanti e un continuo cambio di ambientazione che aiuta a non sporcare il ritmo.

Anche la commistione di interazioni mira ad una discreta varietà di situazioni, che, seppur alle volte inciampi in una struttura a compartimenti stagni, specie nelle prime battute, fa in modo di essere in equilibrio tra azione e materia grigia. Non a caso, Daymare: 1998 brulica di enigmi, puzzle che strizzano l’occhio a quelli di un tempo, le cui soluzioni implicano l’osservazione dell’ambiente e spingono il giocatore a prendere appunti su carta, proprio come in passato. Alle volte le meccaniche di risoluzione sono tediose e inutilmente astruse, ma siamo rimasti piacevolmente colpiti dall’attenzione al dettaglio di certi rompicapi, alcuni persino con una mini storia di fondo. Il tutto si dipana lungo circa dieci ore, una buona longevità considerando che siamo davanti ad un survival horror e ad un’opera prima. Lo scotto da pagare implica il dover raggiungere zone già esplorate più volte e in maniera un po’ forzata, insieme ad paio di sezioni lineari più lunghe del dovuto.

Per quanto riguarda l’azione, la visuale a mezzo busto segue un alter ego dai movimenti macchinosi, dove anche prendere la mira si rivela un’operazione ostica a causa di una sensibilità non ben calcolata. Poco importa la presenza dell’opzione di un aggancio agevolato, che non funziona mai come dovrebbe. La stessa cosa vale per la varietà di nemici, ridotta al minimo essenziale, dove i boss hanno ricevuto il trattamento peggiore, in quanto la formula di movimento mal si sposa con le tattiche necessarie ad abbatterli. Nemmeno la finestra di azione dei morsi zombie risulta chiara, con collisioni che alle volte sollevano dei dubbi in merito alla loro precisione. Buone però le sensazioni emanate dalle armi, ben rese e consistenti, nonostante le bocche da fuoco siano poche.

Il metodo di ricarica, poi, seppur legnoso e non privo di criticità, si ritaglia una fetta di scena, risultando originale e contestualizzato bene. In pratica, il cambio di caricatore avviene in due modalità: quello veloce fa cadere il caricatore a terra e lo sostituisce con quello pieno, mentre l’altro vi consente di scegliere accuratamente quale inserire, senza buttare quello vuoto, o semivuoto. I proiettili, invece, vanno infilati nel caricatore manualmente, passando per l’inventario, cioè il D.I.D., un terminale, incastonato nel braccio dei protagonisti, che non ferma mai l’azione, e da cui potrete accedere alle informazioni dello stato. Il dover passare continuamente dall’inventario è un qualcosa di anacronistico, anche perché si prende i suoi tempi e non è campione di comodità. Apprezziamo però l’originalità di tutte le interfacce, insieme ad un’altra sfilza di chicche, dalla violazione dei terminali, alla possibilità di assumere delle sostanze che migliorano temporaneamente le abilità del personaggio, utili appunto nelle situazioni più drastiche.

Il fulcro dell’esperienza deriva appunto dalla sua vena vecchio stampo che invita a ragionare, a risparmiare risorse e munizioni. Fuggire è una tattica molto più saggia che affrontare i morti viventi a viso aperto, in special modo nella modalità Daymare, quella che il gioco consiglia ai veterani, focus principale della produzione. Per chi volesse un viaggio più morbido, vi sono i gradi di sfida facile e normale, dove quest’ultimo risulta il giusto compromesso, benché i nemici siano comunque duri a morire.

Il lavoro di trasposizione su console, infine, non rende giustizia alle abilità degli artisti di Invader Studios. I nostri test si sono consumati su PS4 Pro, dove Daymare: 1998 non è affatto al massimo della sua forma, risultando molto grezzo. L’immagine è sporcata da piccole seghettature, con dei particellari poco densi e una fluidità che non è certo il ritratto della stabilità. Manca un po’ di coesione nella direzione artistica, ma il talento in certe sezioni e in certi modelli lo si vede: l’estetica ribolle di citazioni e ha una buona messa in scena che illustra efficacemente le conseguenze della pandemia. Gli zombie sono ben particolareggiati, così come le stanze, sebbene siano offuscate da diversi materiali in bassa risoluzione, una parte dei quali si carica a schermo in ritardo. Buono invece il lavoro svolto nell’audio, soprattutto quello ambientale, che potenzia ulteriormente l’atmosfera.

6.5

Giudizio Finale

Sarebbe scontato, se non lapalissiano, sottolineare quanto Daymare: 1998 sia un videogioco rivolto esplicitamente all’utenza cresciuta con quel tipo di esperienza d’orrore a-là-Resident Evil. Si tratta di un titolo zeppo di passione, di voglia di fare, schiavo delle sue ambizioni e alle volte sregolato, ma non avaro di acuti, alcuni dovuti alla sua genuinità e alla sua ovvia testardaggine nel voler essere vecchia scuola. Al netto di tutti i limiti, una fetta dei quali legati alla grezza trasposizione console, l’opera prima di Invader Studios soddisferà il palato di chi saprà scendere a qualche compromesso, per godersi un viaggio d’orrore raro sul panorama odierno.

PRO CONTRO
  • Buon modello di sparo…
  • Enigmi complessi…
  • Atmosfera ben resa
  • Buona longevità
  • … con poche bocche da fuoco
  • … con alcune soluzioni tediose
  • Versione console non all’altezza
  • Macchinoso in certi aspetti

Trailer

Screenshot

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