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Ora possiamo parlare di Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta (recensione)

Giorgio Palmieri

Recensione Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta – Ci dissero che, prima o poi, un giorno lontano, il vecchio sarebbe diventato “nuovo”. E crediamo proprio che quel giorno sia arrivato. Ecco la nostra recensione di Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta.

Editore Square Enix
Sviluppatore Square Enix
Piattaforme PS4, PC Windows | Switch (prossimamente)
Genere Gioco di ruolo
Modalità di gioco Singolo giocatore
Lingua Testi in italiano
Prezzo e acquisto 69,99€

Oggi come anni fa

Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta – che da ora in poi chiameremo solo Dragon Quest XI per ovvie ragioni – è un gioiellino, senza ombra di dubbio. Uno di quelli che custodirete gelosamente sulla vostra mensola, in bella vista tra una confezione e l’altra. Perché di giochi come questi ne escono ormai pochissimi, considerando che il genere del GDR alla giapponese diventa ogni giorno sempre più raro, specie nella sua declinazione più incontaminata. Una declinazione pura, ben nota agli acquirenti di Dragon Quest: combattimenti a turni, un protagonista silenzioso, dei comprimari bizzarri, delle storie fiabesche in cui luce e ombra si scontrano senza esclusione di colpi.

Di conseguenza, comprare Dragon Quest XI significa avere tra le mani una ricetta sulla quale è meglio non mettere le mani, perché piace così com’è. Ed è per questo che il protagonista è il “Lucente”, colui che salverà il mondo dalle forze dell’oscurità; ed è per questo che dovrà compiere un viaggio insieme ad una combriccola a dir poco eclettica, l’unica – o quasi – dalla parte dell’eroe. Infatti, il regno lo vuole rinchiuso in cella per un enorme equivoco, oltre che per pregiudizio, altrimenti sarebbe tutto così semplice.

La storia fatica ad ingranare e vive di cliché clamorosi che talvolta fanno sorridere per la loro scontatezza. Eppure, sono esattamente quei cliché a cui siamo legati a riscaldare il cuore, che si pretendono da una storia di questo tipo, quasi come se fosse una grammatica da seguire. Il modo col quale i membri del gruppo s’incontrano, le storie alle loro spalle (l’artista circense Sylivian primeggia sul resto), le vicende dei personaggi secondari, tutto si unisce per formare un quadro lento e alle volte diluito con i canonici scambi di favore, ma assolutamente piacevole, capace di crescere in maniera considerevole nel corso dell’arco narrativo.

Per quanto riguarda le meccaniche di gioco, strutturalmente l’avventura si poggia su zone molto ampie, collegate tra loro da una breve schermata di caricamento, sulle quali è possibile trovare decine e decine di mostri che, una volta sfiorati o attaccati, daranno il via allo scontro a turni. La sparizione degli incontri casuali per le fasi a piedi addolcisce l’eventuale frustrazione dettata dal dover percorrere lunghi tratti di strada da un punto all’altro dell’area, ma dà vita ad un enorme problema di fondo: potreste ipoteticamente superare interi sotterranei schivando ogni possibile minaccia, catapultandovi direttamente nei pressi della stanza del boss. Ciò vuol dire perdere gran parte dei punti d’esperienza necessari a salire di livello, e quindi a sopportare i cattivoni più forti, ma il grattacapo sta nella difficoltà, che si aggira su livelli bassi.

Sebbene sia possibile modificare alcuni parametri della difficoltà prima di avviare una nuova partita, non si riesce a trovare un giusto equilibrio tra impegno e divertimento, soprattutto per la prima fetta dell’avventura. Il livello difficile custodisce nemici dai punti vita troppo elevati, e tante piccole frustrazioni che abbiamo preferito evitare. Sembra come se gli sviluppatori non siano stati in grado di cucire una sfida univoca bilanciata: la situazione migliora dopo una ventina di ore di gioco, dove iniziano ad emergere le prime prove che richiedono una certa strategia. Nulla che un po’ di esperienza non possa sostenere.

Spostandoci invece sulle aree, queste ospitano territori grandi, che risultano però un po’ vuoti in relazione alla loro dimensione. La verticalità è minima, così come l’interattività, e il disegno, sia delle zone all’aperto che dei sotterranei, batte sulla linearità estrema. La stessa cosa non si può dire dell’impatto visivo: al di là del fatto che vige una varietà spaventosa che dona carattere ad ogni luogo, le città sfoggiano una rara bellezza da leccarsi i baffi. Dagli interni estremamente particolareggiati che non prevedono caricamenti, alle gustose bancarelle per strada, nulla è lasciato al caso. Si viene abbracciati da una direzione artistica calorosa della quale è impossibile non innamorarsi.

Anche gli esterni sono deliziosi, con paesaggi zuccherini e mostri a dir poco meravigliosi. Osiamo dicendo che l’identità che muove i nemici supera anche quella dei personaggi, tanto-ché riteniamo sia la migliore mai vista in un gioco di ruolo giapponese: vederli così ben animati, così colorati, così vivi sulle piattaforme di attuale generazione è una gioia per gli occhi. Poter salire in groppa ad una parte di creature specifiche, una volta sconfitte, rappresenta una bella chicca, sebbene la loro utilità sia ridotta all’osso. Peccato che la fluidità debba piegarsi ai trenta fotogrammi al secondo anche su PS4 Pro, un limite che dimezza la scorrevolezza delle bellissime animazioni del gioco.

Tuttavia, per salvare il mondo in Dragon Quest XI bisognerà partecipare a numerosi combattimenti a turni, vero cuore pulsante dell’intera produzione. Questi si svolgono nella maniera più classica che possiate immaginare, condotti da un menù a tendina che riporta le varie istruzioni eseguibili, dagli attacchi semplici alle abilità, per poi passare agli oggetti. Niente di nuovo sotto al sole, se non fosse per lo stato di “Pimpante”, che si verifica di tanto in tanto, tramite cui il personaggio investito potrà contare su statistiche migliorate per un periodo di tempo limitato. In più, eventualmente, potrete scatenare una potente abilità, a scelta tra quelle sbloccate, consumando, appunto, lo stato di “Pimpante”.

Nonostante il palese ancoraggio al passato, le battaglie divertono perché i personaggi si completano a vicenda in modo esemplare. Tra modifiche alle statistiche, magie e barriere elementali, e tecniche dedicate agli attacchi fisici, è possibile inanellare combinazioni di azioni spettacolari non appena il gruppo si riempirà di quattro elementi, il numero massimo schierabile sul campo (con un ospite aggiuntivo saltuario). I restanti rimarranno nelle retrovie e, nel caso in cui le cose si dovessero mettere male, potreste optare per un cambio al volo. Fortunatamente i punti d’esperienza sono condivisi con tutta la squadra, anche con i membri in panchina: un’ottima scelta che svecchia regole del passato.

La crescita degli eroi, invece, ruota attorno ai punti abilità, ottenuti ogniqualvolta si sale di livello: questi andranno spesi in una griglia caratterizzata da tasselli, ciascuno dei quali dona una nuova abilità, o un incremento passivo. Fantastica la possibilità di poter equipaggiare i personaggi con armi diverse, un fattore che cambia alcune delle loro peculiarità: per esempio, la guaritrice Serena potrà scegliere la via della bacchetta per una specializzazione puramente magica, oppure quella della lancia per guadagnare delle capacità offensive. L’eroe in questione non andrà a snaturarsi, anche perché salendo di livello verrete ricompensati con magie e statistiche in quantità lineari, ma quantomeno si ha un pizzico di controllo nello sviluppo, proprio grazie alla griglia delle abilità.

Non manca la buona dose di armi, accessori e armature con cui farcire i beniamini: vi è anche una Forgia che va a valorizzare l’esplorazione, visto che nei forzieri dimorano le ricette più prelibate tramite cui realizzare oggetti molto potenti. Ci è piaciuto anche il metodo di creazione, che consente di “battere” sulle varie parti dell’arma o dell’armatura, il cui esito decreterà l’effettiva potenza dell’equipaggiamento.

Insomma, per portare a termine l’avventura, insieme ai suoi segreti e ai compiti collaterali, di ore ce ne vorranno tante: non stupitevi quando il contatore segnerà le ottanta ore di gioco complessive, perché probabilmente le supererete in men che non si dica. Le attività secondarie e i mini-giochi sono meno entusiasmanti rispetto all’ottavo capitolo, ma di roba da fare ce n’è, anche a viaggio concluso. Ma, del resto, si sapeva che Dragon Quest XI sarebbe stato un gioco grande e grosso. Così come grande e grossa è la delusione che proviamo per le musiche, quando invece la colonna sonora riveste un ruolo chiave nei giochi di ruolo di famiglia nipponica: eccezion fatta per il commovente tema iniziale, di una squisitezza unica, la stragrande maggioranza delle tracce in formato midi lasciano a desiderare, e vengono ripetute a cadenza troppo frequente. Almeno il buon doppiaggio in inglese, caratteristico e fuori dalle righe, cerca di metterci una pezza, insieme all’ottimo adattamento dei testi in italiano, alla stregua dei sottotitoli di Ni No Kuni.

8.5

Giudizio Finale

Recensione Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta Giudizio Finale – Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta è un bel regalo a chi prima mangiava giochi di ruolo giapponesi a colazione, pranzo e cena. È un JRPG classico, per coloro che amano il classico, che si veste di un classico dall’estetica rinnovata, e dove si respira un’atmosfera così classica che sembra di averla già respirata in passato. Rimane in ogni caso un viaggio vasto, pieno zeppo di località incantevoli, di personaggi accattivanti, di mostri tanto temibili quanto simpatici… Peccato che fatichi ad ingranare, presentando una difficoltà non sempre ben calibrata, dei brani musicali obsoleti e alcune aree più spoglie di quanto ci aspettassimo, ma fatevelo bastare così com’è: perché fiabe del genere sono sempre più rare.

PRO CONTRO
  • Artisticamente divino, universo splendido
  • Bestiario pieno di carattere
  • Un GDR nipponico fedele alle sue origini
  • Meccaniche rodate e funzionali
  • Svecchiate alcune delle regole del genere
  • Longevo da far paura
  • Fatica ad ingranare
  • La difficoltà poteva essere calibrata meglio
  • Diverse aree un po’ spoglie
  • Musiche alla lunga insopportabili

Recensione Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta – Trailer

Recensione Dragon Quest XI: Echi di un’era perduta – Screenshot

  • daniele venafro

    Gioco veramente bello, in questo momento sto giocando il secondo finale e sono veramente contento. Erano anni che aspettavo un nuovo dragon quest, soprattutto dopo dragon quest x che nn è mai arrivato da noi e un deludente dragon quest ix privo di veri e propri compagni giocabili. Peccato sia stato troppo facile, ho battuto il boss finale senza alcuna difficoltà, spero che nel secondo finale andrà diversamente. Per ora l’ottavo capitolo regna, seguito dal quinto capitolo in seconda posizione e questo che si accontenta di un terzo posto.