Man of Medan non fa poi così paura (recensione)

Giorgio Palmieri

Recensione Man of Medan – Quanti sotto-generi possono essere estratti dall’horror? Almeno trentanove secondo Supermassive Games: ogni piccola sfumatura sarà protagonista di un capitolo della The Dark Pictures Anthology, un’antologia di videogiochi spaventosi in cui ciascun episodio avrà storia, ambientazioni e personaggi differenti. Il primo si chiama Man of Medan e questa è la nostra recensione.

Editore BANDAI NAMCO Entertainment
Sviluppatore Supermassive Games
Piattaforme PS4, Xbox One, PC Windows
Genere Narrativo, Horror
Modalità di gioco Singolo giocatore, Multigiocatore
Lingua Completamente in italiano
Prezzo e acquisto 29,99€

Video Recensione Man of Medan

I concetti espressi nei paragrafi di questo articolo sono racchiusi nel video a seguire, che include spezzoni tratti dalle nostre sessioni di gioco su PS4 Pro.

La paura non fa novanta

Essendoci Supermassive Games al timone di Man of Medan, è facile immaginare cosa si celi dietro al titolo. Lo studio inglese, che ha dato vita a Until Dawn e The Inpatient, è noto per titoli dal forte impianto cinematografico, dove non solo la narrazione prende pieghe differenti a seconda delle scelte intraprese, ma gli stessi personaggi che formano il racconto possono morire da un momento all’altro per una semplice svista del giocatore. Proprio Until Dawn è stato promotore di questo modo di vivere il videogioco narrativo, che Man of Medan ripercorre nella stessa, identica maniera.

La storia racconta di un gruppetto di amici che, dopo aver affittato una barca, si avventura negli abissi alla ricerca di un relitto perduto, non tanto per una questione monetaria, quanto per il brivido della scoperta. Come lecito aspettarsi, il viaggio non va come nei piani, e i poveri malcapitati dovranno vedersela con una serie di eventi spiacevoli, facilmente intuibili se masticate un minimo il genere.

Circa quattro sono le ore necessarie a portare a termine questa pellicola interattiva, caratterizzata da canoni narrativi classici dove l’interazione del giocatore è ridotta al minimo indispensabile. I dialoghi a scelta multipla dispongono di tre opzioni, di cui una è sempre il silenzio, e modificano (di poco) le relazioni tra i personaggi. Le conversazioni sono incollate tra loro da fasi esplorative essenziali durante le quali l’utente è chiamato a muoversi lungo corridoi lineari con un ritmo piuttosto lento, un difetto già riscontrato in Until Dawn e presente in egual misura in Man of Medan. Nelle passeggiate succede poco e sembrano essere al servizio dei muscoli del robusto motore grafico, che confeziona squarci impressionanti tendenti al foto-realismo. In più, di tanto in tanto emergono degli elementi con cui è possibile interagire, come dei documenti o i cosiddetti quadri di premonizione, che suggeriscono cosa potrebbe accadere da lì a poco, in maniera tale che possiate agire in un modo diverso da quello ipotizzato per evitare una possibile tragedia.

La fruizione, rimasta invariata rispetto al suo predecessore spirituale, non rappresenta il problema principale di questo ennesimo esperimento di Supermassive Games, a cui va riconosciuto uno stile divenuto oramai inconfondibile. Malgrado la riconoscibile autorialità, senz’altro lodevole, non siamo rimasti colpiti né dalla trama, né dalle personalità che la compongono, molte delle quali risultano simili agli stereotipi dei precedenti titoli dell’azienda. I colpi di scena, i dialoghi, l’evoluzione del racconto, i lampi di paura, tutto giace nell’immobilismo, nel già visto. I momenti più piacevoli, guarda caso, sono quelli dove i personaggi sono in estrema difficoltà e rischiano di morire, quando appunto vi sarà chiesto di mantenere la calma premendo i tasti a tempo o di prendere una decisione al volo seguendo l’istinto. La paura di perdere per sempre un membro del gruppo è più forte delle situazioni costruite, spesso telefonate, soprattutto quelle dei vari jump scare, piuttosto prevedibili nella messa in scena. Sembra quasi che il team inglese volesse riproporre Until Dawn sotto una nuova veste, una sorta di ripartenza in vista dei capitoli futuri, fallendo però nel migliorare di fatto la formula ideata anni fa.

Ciò detto, la ramificazione del racconto dona rigiocabilità all’avventura, poiché certe vie ne precludono altre. Merita quantomeno un secondo giro per acquisire tutti i dettagli del quadro narrativo e per i collezionabili, benché la trama non abbia chissà quale profondità tale da spingervi a riaffrontare il tutto più e più volte compulsivamente, anche perché le fasi esplorative spezzano il ritmo. Il pacchetto è ingolosito dalla possibilità di poter giocare l’avventura con un amico online, così da sbloccare opportunità di dialogo inedite rispetto all’escursione in solitaria. E se non dovesse bastarvi, spicca un’opzione attraverso la quale è possibile vivere il viaggio con un massimo di cinque partecipanti in locale, dove ognuno guiderà un personaggio diverso semplicemente passando il controller da giocatore a giocatore ogni volta che il gioco lo chiederà.

Per quanto riguarda invece il lato estetico, come già anticipato, Man of Medan sfoggia una veste grafica incredibile, sia nell’espressività dei personaggi che nella resa degli ambienti. La scelta intelligente delle inquadrature mette in luce una cura al dettaglio maniacale, che non riesce a nascondere i vari problemi di cui soffre il comparto tecnico, da alcuni svarioni nelle animazioni fino ad arrivare alle incertezze nella fluidità su PS4 Pro. Non ci resta che affidare le nostre speranze nei futuri aggiornamenti, uno dei quali dovrebbe essere già disponibile al lancio. Segnaliamo poi che il titolo è completamente doppiato in italiano, non sempre in modo perfetto ma la scelta delle voci primarie ci è parsa azzeccata.

6.5

Giudizio Finale

Recensione Man of Medan  Giudizio Finale – Man of Medan tasta il terreno per l’avvio di un progetto ambizioso, quello della The Dark Pictures Anthology, che desidera esplorare l’horror in tutte le sue sfaccettature, dipingendolo con un impatto grafico da primo della classe. Questo primo capitolo però non va oltre il classico racconto d’orrore derivativo e dal ritmo altalenante, senz’altro godibile ma fin troppo simile ai precedenti lavori della società inglese.

PRO CONTRO
  • Grafica impressionante, dalla grande atmosfera e dalla cura al dettaglio maniacale
  • La ramificazione del racconto stimola rigiocabilità
  • Giocabile anche in multigiocatore
  • Singhiozzi nel comparto tecnico
  • Trama, situazioni e personaggi nella media
  • Fasi esplorative lente, a tratti tediose

Trailer

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