6.0

Past Cure è strano. Ma strano forte! (recensione)

Giorgio Palmieri

Recensione Past Cure – Cosa fa, di un gioco, un buon gioco? Longevità, giocabilità, atmosfera, valori produttivi: un’equazione crudele dalla quale non si può scappare. Past Cure, però, ci prova. Otto sviluppatori emergenti hanno provato a creare un titolo tripla A. O, meglio, dalla parvenza di tripla A, con l’esclusione delle stesse risorse. Ecco la nostra recensione.

Editore Phantom 8 Studio
Sviluppatore Phantom 8 Studio
Piattaforme PS4, XB1, PC
Genere Avventura, azione
Modalità di gioco Singolo giocatore

Video Recensione Past Cure

I concetti espressi nei paragrafi di questo articolo sono racchiusi nel video a seguire, che include spezzoni tratti dalle nostre sessioni di gioco su PS4 Pro.

Di tutto un po’

Past Cure è un minestrone, un’avventura che alle volte sembra voler essere a tutti i costi un horror in stile Resident Evil, e poi, solo poi, diventa un viaggio introspettivo come quello intrapreso da Max Payne. E, quando meno te lo aspetti, ti lancia contro fasi furtive che ammiccano a Metal Gear, sparatorie dal gusto dinamico di Quantum Break, enigmi, scazzottate, e persino delle sequenze astratte, dominate da forme geometriche fluttuanti. Lo fa senza criterio e senza una reale continuità, in una frammentarietà capace quantomeno di incuriosire.

Cambia costantemente identità, nel tentativo di ricreare le condizioni in cui versa la mente malata del protagonista, di nome Ian, un uomo su cui sono stati condotti degli esperimenti militari a causa dei quali ha maturato dei poteri soprannaturali.

Si tratta nel bene e nel male di un’esperienza fortemente cinematografica, con filmati che cercano, in modo disperato, di raccontare una vicenda dalla premessa d’impatto, il cui sviluppo, però, lascia davvero a desiderare. La trama gioca sulle allucinazioni di Ian, e si compone di domande su domande che durante l’arco narrativo non trovano mai risposte degne. Sembra che l’immaginazione e l’illusione siano state utilizzate come pretesti per mettere delle toppe alle pecche della sceneggiatura.

Quella che ne viene fuori è una storia di vendetta, dove il nostro eroe dovrà eliminare coloro i quali hanno arrecato danno alla sua mente, cercando di scoprire la verità dietro le sue visioni, che hanno come figura centrale una misteriosa donna.

Come accennavamo in apertura, è la curiosità a spingervi a continuare in questo astruso viaggio sregolato, in questo itinerario che si compone di sequenze d’azione e furtività. Nelle prime potrete imbracciare due armi ed eliminare i nemici attraverso meccaniche basilari, incentrate sull’utilizzo di una manciata di bocche da fuoco, e tramite il canonico bullet time.

I colpi alla testa donano qualche soddisfazione, e, in generale, le sparatorie vacillano nella media, senza acuti di sorta, ma svolgendo il proprio mestiere. D’altra parte le sessioni furtive sono abbastanza rigide e spesso richiedono di evitare i coni visivi dei cattivoni, altrimenti bisognerà ricominciare la fase. Ad aiutarvi in tale impresa c’è quella che il gioco chiama telecinesi, ovvero una traslazione, da forma fisica a etera, che consente di disattivare le telecamere, o di attivare determinati pulsanti.

Il design dei livelli è abbastanza disarticolato, ma abbiamo notato un paio di punti alti, specie nelle parti più inquietanti, dove il gioco cerca di emulare altre produzioni, mantenendo però una certa integrità.

Sostanzialmente, le forme interattive si concentrano dunque sull’azione e lo stealth, che l’avventura propone in salsa diversa di tanto in tanto, edulcorando il tutto con un pizzico di enigmi, alcuni dei quali ben fatti. Il problema è che, nonostante l’incessante cambio di struttura, l’esperienza rimane sempre di una semplicità eccessiva. Non c’è nulla di realmente distintivo, e poco che possa reggere per più di una decina di minuti senza scadere nella banalità, comunque apprezzabile per certi versi, di un prodotto che, per un totale di cinque ore, si rifà ad altri videogiochi già in commercio, cercando di avvicinarvisi anche dal punto di vista grafico.

Su PS4 Pro elogiamo la presenza dei sessanta fotogrammi al secondo, purtroppo non sempre fissi, i quali ritraggono una grafica altalenante e sporcata dalla presenza delle bande nere. Certi scorci fanno la loro sporca figura e non sembrano provenire da mani indipendenti: altri invece mostrano la sregolatezza dell’impianto artistico, tanto da riciclare interi asset con risultati discutibili. Per citare esempio, c’è un livello ambientato in un parcheggio, di una ripetitività disarmante, nel quale la disposizione di auto, coperture ed elementi ambientali è praticamente sempre la stessa.

Anche le cinematiche vivono tra alti e molti bassi, con picchi d’imbarazzo quando ad animarsi sono i personaggi di contorno. A malincuore, eccezion fatta per le musiche, fortunatamente piacevoli, la gestione dell’audio è pessima, contornata da un doppiaggio in inglese inadatto a trasmettere le emozioni di una storia scritta per essere intima, la cui voce del protagonista, invece, è davvero monocorde.

6.0

Giudizio Finale

Recensione Past Cure – Giudizio Finale – Past Cure è un’avventura che non segue la grammatica del videogioco, e preferisce unire sprazzi di idee ludiche nello sforzo di illustrare l’instabilità mentale dell’alter ego virtuale. Il risultato, tra un omaggio e l’altro, è un prodotto sconnesso, dalla storia sconclusionata ma capace di incuriosire perlopiù per la sua rappresentazione, fatta di un game design che salta di palo in frasca continuamente, senza curarsi di un filo conduttore forte.

PRO CONTRO
  • Il comparto grafico mostra i muscoli di tanto in tanto…
  • Buona premessa narrativa…
  • Varietà di situazioni
  • Fasi horror ben fatte
  • … e poi si perde tra parti riciclate, cinematiche scarne e mancanze varie
  • … dallo sviluppo sconclusionato
  • Un sacco di idee sfruttate in minima parte
  • Audio inadatto

Recensione Past Cure – Trailer

Recensione Past Cure – Screenshot