The Outer Worlds è davvero l’erede spirituale di Fallout: New Vegas (recensione)

Lorenzo Delli

Recensione The Outer Worlds – Al timone del progetto Tim Cain (Fallout 1 e 2, Il Tempio del Male Elementale, Pillars of Eternity) e Leonard Boyarsky (Fallout 1 e 2, Vampire: The Masquerade – Bloodlines, Diablo III). A voler essere pignoli Cain e Boyarsky possono tranquillamente essere definiti i creatori della serie Fallout, e il fatto di far parte di Obsidian Entertainment, responsabile dello sviluppo di Fallout New Vegas, dovrebbe farvi capire dove vogliamo andare a parare. Già dopo pochi minuti di The Outer Worlds, il pensiero vola proprio alla celebre serie di casa Bethesda, alle sue dinamiche e, in parte, anche atmosfere. È pur vero che Fallout 4 (tanto meno Fallout 76) non ha del tutto accontentato i fan di Fallout 3 e New Vegas. L’idea quindi di mettere le mani su un titolo inedito, che coglie a piene mani da Fallout, diretto da due veterani dell’industria e dei giochi di ruolo potrebbe e dovrebbe causare eccitazione negli appassionati del genere. Noi rientriamo in quest’ultima casistica: ecco quindi le nostre impressioni, comunque oggettive, su The Outer Worlds!

Editore Private Division
Sviluppatore Obsidian Entertainment
Piattaforme PS4, Xbox One, PC Windows
Genere RPG
Modalità di gioco Singolo giocatore
Lingua Inglese (audio), italiano (testi)

Video Recensione The Outer Worlds

La nostra video recensione di The Outer Worlds è realizzata con spezzoni gameplay tratti dalle nostre sessioni di gioco su PS4 Pro e va a riassumere i concetti espressi nei seguenti paragrafi. Buona visione!

Fallout New Vegas 2?

Iniziamo, come di consueto, dalla storia. In The Outer Worlds ci caliamo nei panni di un colono spaziale. La cornice di gioco è quindi puramente fantascientifica. Bella la vita del colono, se non fosse che la nostra nave spaziale si è persa ai confini della galassia. La simpaticissima mega corporazione di Alcione, responsabile dei viaggi coloniali verso l’omonimo sistema stellare, ha deciso però di non venire in nostro soccorso: d’altronde salvare un centinaio di persone costa troppo, meglio mandarne di nuove! Uno scienziato fuggitivo, tale Phineas Vernon Welles, decide di infischiarsene della mega corporazione cercando di salvarle la nave e le persone intrappolate a bordo. Peccato che riesca a salvare solo il protagonista, rovesciando su di lui le sorti di tutti gli altri coloni rimasti sulla nave. Con una capsula di salvataggio il protagonista si schianta su uno dei pianeti del sistema Alcione e da lì inizia la vostra avventura a base di cospirazioni (costava davvero troppo salvare i coloni o c’era qualcos’altro dietro?) e di battaglie tra fazioni. La nave coloniale e i coloni presenti a bordo fungono da espediente per la creazione di un personaggio unico, il vostro, tramite un classico editor per la regolazione delle fattezze che molto ha in comune proprio con gli ultimi capitoli della serie Fallout. Non c’è una vera e propria classe di appartenenza: il giocatore decide su quali statistiche concentrarsi, in modo da avere vantaggi negli scontri a fuoco, in quelli fisici, nell’ingegneria, nel muoversi di soppiatto e simili. Da un punto di vista ruolistico comunque, il personaggio continua ad evolversi durante il gioco grazie ai perks e ad alcuni espedienti di cui vi parleremo a breve.

Ora, abbiamo già tirato in ballo Fallout più e più volte, e il problema, se così si può definire, è che dobbiamo continuare a farlo anche nei prossimi paragrafi. Perché è inutile girarci intorno: The Outer Worlds ha tanti (forse troppi?) punti in comune con gli ultimi capitoli della serie Bethesda, e più si va avanti più si notano somiglianze. D’altronde è la stessa Obsidian a dire che è l’erede spirituale di New Vegas. Ovviamente non c’è il Pip-Boy, ma per calarci più a fondo nello spirito RPG che pervade il gioco viene sfruttato un altro espediente, non tanto per la gestione dell’inventario quanto più per semplificarci la vita in combattimento. Si chiama Dilatazione Tattica del Tempo: la scusa è che dopo più di 50 anni di ibernazione il cervello del protagonista elabora il concetto di tempo in modo diverso. Grazie ad un apposito tasto è possibile rallentare il tempo fino quasi a fermarlo, un po’ come lo S.P.A.V. di Fallout 4. Ovviamente la durata di tale dilatazione e la frequenza di utilizzo dipendono da vari fattori, come ad esempio perk specifici che deciderete di sbloccare durante la fase di crescita del personaggio. Tale modalità di fuoco permette anche di ricavare utili informazioni sui nemici che abbiamo davanti, comprese descrizioni spesso irriverenti e punti deboli da colpire per causare effetti secondari come cecità o bruciature. A differenza dello S.P.A.V. però, non potrete evidenziare tali parti del corpo con facilità: dovrete comunque contare sulla vostra mira.

La visuale è in prima persona e avremo a che fare con combattimenti piuttosto classici basati sull’uso di armi da fuoco o corpo a corpo. Quest’ultime sono gestite meglio di quanto pensassimo, nel senso che se vi trovate di fronte un avversario che le utilizza c’è anche un sistema di parate per dare il via a dei veri e propri duelli. Aumentando la nostra abilità nel corpo a corpo si sbloccano persino i colpi caricati. Il problema è che un bel fucile al plasma dalla distanza potrebbe risolvere il tutto nel giro di qualche secondo. La dilatazione tattica del tempo funziona in ogni frangente: potete utilizzarla anche per rallentare il tempo, sfoderare una spada e darle di santa ragione al predone che ha malauguratamente deciso di avvicinarsi troppo. Ci sono vari livelli di difficoltà, che ovviamente vanno ad influire su vari fattori tra cui i danni che subite, quelli che riuscite ad infliggere ed eventuali risorse trovate su cadaveri e ambientazioni. L’intelligenza artificiale dei nemici non sempre brilla per inventiva (anzi, quasi mai). Dovete comunque gestire in modo oculato i combattimenti sfruttando il campo di battaglia: affrontare una guardia meccanizzata o una Mantiregina (uno stramaledetto insetto gigante che sembra uscito da Starship Troopers) in campo aperto senza possibili via di fuga o anche una semplice parete o ostacolo dietro cui nascondersi mentre ricaricate non è una gran bella idea.

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Se qualche personaggio poi vi sconsiglia di recarvi in un luogo o vi avverte della sua pericolosità dategli retta. Ci sono sezioni che è bene affrontare senza l’utilizzo di armi, sfruttando quanto più possibile l’ambiente per muovervi senza farvi vedere. A tal proposito ci sono meccaniche stealth che dipendono dall’equipaggiamento che state utilizzando, da come distribuite i punti abilità e anche dal terreno su cui vi trovate. Potrete infatti nascondervi nell’erba alta (ovviamente in contesti non urbani), e ad aggiungere ulteriore valore a tali meccaniche ci sono anche indicatori di attenzione da parte dei nemici. Vi assicuriamo che torneranno molto utili, aggiungendo quel pizzico di tensione al tutto che certo non guasta. I combattimenti influiscono anche sul sistema dei difetti. Un esempio pratico: dopo un combattimento contro una squadra di lucertoloni assassini troppo cresciuti, il sistema di gioco ci ha proposto di accettare un Difetto. Si tratta di una sorta di baratto: decidete ad esempio di accettare la raptifobia, ovvero dei malus alle caratteristiche quando combattete rettili, in cambio di punti vantaggio (i perk per intenderci) che potrebbero ad esempio rendervi più resistenti o più veloci. Un modo carino per migliorare la caratterizzazione del personaggio e per modificare il vostro stile di gioco!

The Outer Worlds punta molto anche sulla gestione dei compagni di squadra. Potrete formare un vero e proprio team composto da 3 personaggi, il vostro compreso. La nave spaziale, che nella storia diventerà dopo pochissimo il vostro hub di riferimento, funge anche da base e da punto di gestione del party. Da questo punto di vista ci ha ricordato un po’ Mass Effect, anche se la crescita dei membri della squadra e il rapporto che avete con loro non è così profondo come nella saga di BioWare. Comunque i compagni guadagneranno esperienza, sfrutteranno armi e armature che gli donerete e potranno contare su abilità specifiche che torneranno utili in determinati frangenti. Parvati, la prima compagna che potrete portare con voi (se decidete di farlo) ha ad esempio la simpatica tendenza di schiantare a terra il suo martello elettrico in perfetto stile Thor. Nyoka invece sfodera il suo minigun e lancia una raffica di fuoco particolarmente esplosiva. L’unica pecca è che l’utilizzo di queste abilità dà il via ad una sorta di mini-scena in terza persona che inizialmente risulta gradevole, ma alla lunga stanca. Dall’inventario potrete gestire anche una serie di rudimentali strategie che ogni singolo compagno deve adottare in battaglia. Una meccanica in definitiva che abbiamo gradito.

La gestione dell’inventario è piuttosto classica, con un peso massimo trasportabile e vari tab per la gestione di armi, armature e altri oggetti di vario tipo. Sempre dall’inventario si gestisce anche lo stato di salute dei propri oggetti che, almeno inizialmente, tendono a deteriorarsi piuttosto velocemente. Potrete scegliere di smantellarli per ottenere pezzi utili alla riparazione, e ciò di conseguenza vi porterà a raccogliere compulsivamente tutto quello che trovate lungo il vostro cammino. Alla stregua di Fallout vi troverete con l’inventario pieno di scatolette, frutti più o meno commestibili, droghe da battaglia: diventerete ben presto una drogheria ambulante. Tornando alle armi, viene offerte anche la possibilità di potenziarle (spendendo gli stessi pezzi con cui le riparereste) e di applicare modifiche di vario genere atte ad introdurre mirini per il fuoco dalla distanza; o ancora cambiamenti strutturali più drastici che modificano il tipo di proiettile utilizzato e così via. Insomma, non c’è solo la personalizzazione delle abilità del personaggio, ma anche il modo in cui gestite le vostre armi.

Il gunplay non è certo assimilabile a quello di un FPS, quanto più appunto ad un gioco di ruolo alla Fallout. Sta di fatto che cambiano le modalità di fuoco tra un’arma e l’altra, cambia la tipologia di proiettile (3 in tutto, leggero, pesante e ad energia) e gli effetti dell’arma stessa sul nemico. E non abbiamo fatto cenno alle armi scientifiche! Ci sono alcune armi speciali che hanno effetti alquanto peculiari sui nemici. Una delle prime (screenshot qui sopra) è in grado di miniaturizzare i vostri nemici: così è più facile prenderli a mazzate! Un’altra altera la gravità e così via. Parte del divertimento sta anche nello scoprirle tutte. Potremmo esserci dimenticati qualcosa a riguardo del gameplay, ma il punto non era riportarvi tutto per filo e per segno, quanto più sottolineare quanto fosse stratificato e studiato a tavolino. D’altronde Obsidian e i due direttori del gioco hanno una certa esperienza con i giochi di ruolo, e The Outer Worlds cerca davvero in tutti i modi di soddisfare i fan del genere.

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Ciò ci porta al sistema di dialogo. The Outer Worlds, da bravo gioco di ruolo, si evolve a seconda delle vostre azioni. Ci sono snodi nella storia che, a seconda di quello che decidete di fare, portano a migliorare i rapporti con una fazione piuttosto che un’altra o, eventualmente, anche alla morte o l’allontanamento di certi personaggi. I dialoghi a tal proposito giocano un ruolo chiave nello svolgersi delle vicende. Abilità specifiche influenzeranno il vostro grado di persuasione, sbloccando linee di dialogo extra; idem dicasi per abilità specifiche come hacking o ingegneria. Inutile citare nuovamente altri giochi che sfruttano tali dinamiche: l’importante è che ci siano situazioni che possano essere risolte senza combattimenti, preferendo una lingua tagliente o abilità specifiche.

La trama ci mette un po’ a carburare, nel senso che il mondo di partenza appare per certi versi semplificato in modo da farvi calare in tutte le dinamiche di gioco con la dovuta calma, senza assalirvi con decine e decine di variabili. I tutorial continuano anche dopo svariate ore dall’inizio, il che non è un male perché ci si sorprende a più riprese del continuo arrivo di novità. Quindi non vi preoccupate se le prime ore potrebbero sembrarvi lente: The Outer Worlds è un po’ un diesel, ma quando parte sa il fatto suo. Il ritmo di gioco dipende in parte anche dalle vostre scelte, da quanto deciderete di soffermarvi sulle quest secondarie, da quanto sarete desiderosi di esplorare le varie location e dai vari approcci che deciderete di adottare. Vi consigliamo comunque di viverlo a fondo: la sua natura di gioco di ruolo viene fuori a più riprese e cercare di raggiungere di corsa la fine non ve lo farebbe godere a pieno. La longevità stessa dipende da come affrontate il gioco, e rigiocarlo per prendere decisioni diverse o anche solo per comportarsi in modo diverso fa parte dell’esperienza stessa. Potreste decidere di essere l’amicone di turno, portando a termine tutti i compiti che i vari schieramenti vi propongono. O potreste anche decidere che qualcuno vi sta particolarmente sulle scatole, massacrando lui e tutta la sua compagnia per raggiungere più velocemente il vostro obiettivo.

Abbiamo poco fa parlato di mondo di partenza: dovreste avere intuito a questo punto che ci muoveremo, grazie alla nave spaziale/hub, su più location sparse per il sistema di Alcione. Oltre a pianeti ci sono lune e stazioni spaziali. Insomma, si cambia spesso contesto, e le fasi di gioco alternano momenti all’aperto, di esplorazione pura, a momenti al chiuso in stile dungeon su più piani. Nota di merito anche per l’estrema caratterizzazione di ogni singolo elemento che compone le varie colonie. Ci sono cibi tipici, personaggi famosi, fazioni in conflitto e tanto materiale extra per approfondire. Non mancano ad esempio i classici terminali alla Fallout da cui leggere scambi di messaggi e anche trarre indizi. In tutto ciò però non può essere definito un titolo open world. Le varie sezioni esplorabili dei pianeti presentano fasi di caricamento, per entrare ad esempio nelle città o in determinate location di rilievo.

Il comparto tecnico costituisce buona parte delle note dolenti del lavoro di Obsidian. Prima di tutto una doverosa puntualizzazione: The Outer Worlds è ottimizzato per i modelli più avanzati delle console di casa Sony e Microsoft. Su Xbox One X viene riprodotto in 4K mentre su PS4 pro include miglioramenti da 1440p fino a 4K. Inutile girarci troppo intorno: a prescindere da queste ottimizzazioni, la piattaforma su cui se la cava al meglio è il PC. Non solo per un discorso di grafica, ma anche di praticità. I controlli sono ben implementati su console, compresi quelli della gestione del gruppo e delle loro abilità di supporto, ma con mouse e tastiera è tutta un’altra esperienza. Le fasi di combattimento, per quanto non siano assimilabili ad un FPS, richiedono comunque mira e precisione, e in tal senso quanto offerto da PC, anche da un punto di vista di frame rate, risulta vincente. La nostra recensione si basa sulla versione PlayStation: lo abbiamo testato sia su PS4 che su PS4 Pro, non notando grosse differenze di performance. Tornando alla grafica, non siamo certo di fronte ad un Red Dead Redemption 2. Sembra veramente di trovarsi di fronte ad una evoluzione di Fallout New Vegas. Gli scorci sanno essere evocativi, e di questo dobbiamo dargliene atto, ma specialmente su console si notano texture non sempre rifinite, riutilizzo di asset e altri difettucci. Il mondo di gioco in certi frangenti sembra un po’ vuoto, disabitato, ma è anche vero che il contesto (colonie in crisi in un sistema solare lontano) si prestano anche a questo. In ogni caso il gameplay e le atmosfere evocative fanno  presto dimenticare questi difetti, lasciando interamente spazio alla crescita del personaggio e alle varie storie che The Outer Worlds ha da raccontare. Niente male le musiche ma sono ovviamente i dialoghi, doppiati a livello professionale in inglese, a fare da padrone. Tranquilli però, come avrete intuito dagli screenshot mostrati finora il gioco è interamente tradotto in italiano. Un pro di non poco conto!

8.5

Giudizio Finale

Recensione The Outer WorldsGiudizio Finale – The Outer Worlds è uno di quei classici giochi di ruolo che va gustato con la dovuta calma. In principio sembra lento, fin troppo derivativo, ma più si va avanti e più ci si affeziona al contesto, alla sua caratterizzazione e a tutte quelle diversità che cercano di evolvere il sistema di gioco di Fallout. Se le meccaniche possono non sembrare originali, anche se appunto c’è un tentativo di diversificare e di proporre novità di rilievo, lo stesso non si può dire dell’ambientazione e della storia, completamente inedite e studiate a tavolino. Il mondo e tutta la sua lore apre non solo alla possibile realizzazione di un seguito, ma anche alla creazione di una vera e propria saga indipendente, in grado di evolversi e di staccarsi sempre di più dalla sua principale fonte di ispirazione. Gli si perdonano facilmente le eventuali mancanze tecniche dovute anche ad un budget non propriamente da tripla A. La speranza, ora che Obsidian Entertainment è sotto l’ala protettiva dei Microsoft Studios, è che The Outer Worlds non cada nel dimenticatoio, diventando magari una delle saghe di riferimento per una piattaforma (Xbox) che ha bisogno più che mai di nuovi titoli di riferimento.

PRO CONTRO
  • Un classico gioco di ruolo alla Obsidian Entertainment
  • Gameplay stratificato
  • Buona rigiocabilità
  • Derivativo (anche in senso buono)
  • Comparto grafico
  • Parte in sordina

Screenshot