7.0

Recensione Trials of Mana: i giochi di una volta, ancora una volta

Giorgio Palmieri -

Recensione Trials of Mana

Il gioco di ruolo nipponico sta tornando di moda. Final Fantasy 7 Remake sembra aver ulteriormente spianato la strada, sebbene questo sia più vicino all’avventura cinematografica, che al JRPG di famiglia pura. Se steste cercando proprio quello, allora l’attenzione la dovreste rivolgere verso Trials of Mana.

Editore Square Enix
Sviluppatore Square Enix
Piattaforme PS4, Nintendo Switch, PC Windows
Genere Gioco di ruolo
Modalità di gioco Singolo giocatore
Lingua Inglese

Il nome potrebbe non suonare nuovo per una ragione molto semplice: anche Trials of Mana ricade nel calderone dei rifacimenti. Il titolo originale sul Super Nintendo si chiamava Seiken Densetsu 3, ma quel “tre” non deve affatto spaventarvi, perché stiamo parlando di un’avventura completamente fruibile da chiunque, malgrado sia rivolto esplicitamente, come anticipato, agli amanti dei JRPG. Infatti, si compone di un insieme di regole, di schemi avvolgenti, dove trovano la loro forza nell’essere rassicuranti ai polpastrelli e agli occhi dei veterani.

Personaggi stereotipati, pietre magiche da recuperare per salvare il mondo e risvolti di un più classico che non si può fanno giustamente da base ad una narrazione elementare che, seppur giustificata a causa dell’età, viene sporcata con delle cinematiche a dir poco basilari e abbastanza blande nella messa in scena. Come se non bastasse, è stata rimossa una delle caratteristiche chiave dell’originale, cioè il multigiocatore locale, incompatibile con la nuova impostazione.

È possibile, però, vivere la storia da punti di vista differenti. Nel dettaglio, prima di lanciarsi a perdifiato in Trials of Mana, il giocatore deve scegliere un protagonista e due compagni, a scelta tra i sei eroi dell’avventura: ciascuno ha una motivazione piuttosto forte, ed è proprio qui dove il gioco riesce a dare il massimo in termini di trama. Come protagonista, ad esempio, abbiamo scelto Duran, uno dei migliori spadaccini del regno che sviluppa un’ossessione verso un mago che non è riuscito a mettere al tappeto. Ancora più interessante, poi, è Kevin, un uomo-bestia costretto dal padre a compiere un atto deplorevole al quale vorrà porre rimedio rincorrendo quelle pietre del mana che citavamo poc’anzi.

La storia ovviamente ruota attorno all’obiettivo di ognuno dei sei eroi che va a sovrapporsi, guarda caso, al salvataggio del mondo, e si adegua ovviamente in base al team composto, lasciando in disparte i restanti, che faranno la loro apparizione di tanto in tanto. Certo, i motivi per i quali non vengono accolti nel party sono spesso forzati, ma tutto sommato non è una cosa che pesa troppo. La sola lingua inglese non è poi un ostacolo vista la semplicità dei dialoghi, che tendono ad essere un po’ tediosi nella loro evidente lentezza, con delle risoluzioni delle vicende dei singoli piuttosto frettolose. In più, la velocizzazione dei discorsi, con l’apposita pressione di un tasto, tende a saltare scene clou del filmato, quindi adoperarla è sconsigliato.

Tuttavia, il fulcro dell’esperienza dimora nella mera giocabilità, o meglio ancora, nel viaggio, che si compone appunto di molteplici villaggi collegati tra loro da percorsi pieni zeppi di nemici. Le due dimensioni dell’originale diventano tre, e la visuale dall’alto si fa da parte per dare vita ad un Trials of Mana più moderno, alimentato da un sistema di combattimento d’azione pulito e dal feeling piacevolissimo. Si consuma in piccole aree delimitate da barriere invisibili che, se varcate, avviano il processo di fuga. I nemici invece sono ben visibili e basta sfiorarli per lottare: il giocatore può effettuare colpi leggeri e pesanti, eseguire combinazioni, abilità e magie, o persino cambiare eroe al volo. L’intelligenza artificiale degli alleati non è molto sveglia, ma può essere un minimo personalizzata nelle priorità, se volete appunto degli alleati più aggressivi o più propensi ad usare oggetti, ad esempio.

Gli scontri funzionano bene e funzionano meglio al cospetto dei boss: ce ne sono tanti, ben particolareggiati e non avari di meccaniche uniche, e anche esteticamente carismatici. Non fatichiamo ad annoverare questa come parte migliore dell’intera escursione, la quale saltuariamente tira fuori dal cilindro altre idee interessanti che puntualmente non sviluppa a dovere. Si passa la maggior parte del tempo a combattere, mentre gli enigmi e le interazioni ambientali sono sparse col contagocce. Lo stesso semplice salto, che avrebbe potuto vivacizzare il ritmo, lo si usa per superare al massimo dei piccoli rilievi, quando sarebbe potuto essere sfruttato per costruire delle fasi di piattaforme, che alle volte si palesano, ma è possibile contarle sulle dita di una mano.

Tutto ciò si ripercuote nel disegno dei livelli, piacevole e variegato nel lato visivo, ma piuttosto scontato nella strutturazione, con stanze piene di nemici e qualche bella ricompensa inserita qua e là, mentre nei villaggi ci si rifornisce, spendendo il denaro guadagnato nelle lotte. L’equipaggiamento deve essere aggiornato costantemente, tra armature, elmi, accessori speciali e armi, come nei videogiochi di ruolo più classici.

Lo stesso sistema di sviluppo vive di alti e bassi. Salire di livello ricompensa con dei punti che è possibile allocare in varie statistiche, che a loro volta sbloccano capacità passive e attive: da questo punto di vista avremmo voluto più varietà di quella offerta, o quantomeno un maggiore bilanciamento nella loro utilità. Per diverse ore si combatte con pochissime mosse speciali e solo nelle fasi avanzate si inizia a sperimentare qualche tattica in più. Di conseguenza, anche le lotte tendono ad appiattirsi e ad odorare di ripetitività, cosa fortunatamente smorzata dai boss. Il tutto va avanti per circa una ventina di ore, non molte in realtà, ma discrete per il tipo di progetto, che nasce appunto da un titolo con vent’anni sulle spalle. Del resto lo si può rigiocare con un team differente e vivere pezzi di storia lasciati per strada, raddoppiando di fatto la durata.

Chiudiamo l’analisi citando il lavoro svolto nel rifacimento della grafica, che è stata ricostruita da zero con uno stile squisito. Non vuole affatto primeggiare con i campioni in carica, tanto è vero che presenta alcuni modelli clamorosamente poveri di poligoni, specie nei fondali, ma il binomio di colori sgargianti ed estrema pulizia a schermo contribuisce a creare un quadro molto gradevole. Anche il design dei nemici, degli ambienti e di tutto ciò che concerne l’universo scalda il cuore e strizza continuamente l’occhio al gioco di ruolo di un tempo, mentre si muove a sessanta fotogrammi al secondo su PS4 Pro. Belli anche i motivetti, sebbene talvolta non siano perfettamente in linea con l’atmosfera. Segnaliamo poi qualche caricamento di troppo, in special modo quando si cambia zona.

7.0

Giudizio Finale

Trials of Mana è un videogioco di ruolo vecchio stampo la cui riconoscibilità è rassicurante. Abbraccia una serie di regole classiche e le veste con un manto moderno ma fedele ad un modo di fare il JRPG sempre meno frequente. Paga lo scotto di non puntare un po’ più alto del dovuto, piegandosi al volere di un sistema di combattimento eccessivamente centrale, quando in realtà l’esplorazione avrebbe beneficiato di una maggiore varietà.

PRO CONTRO
  • Il JRPG vecchio stampo
  • Visivamente adorabile
  • Molti boss ben curati
  • Lotte pulite, spassose…
  • .. alla lunga ripetitive
  • Poca varietà
  • Dialoghi tediosi
  • Sviluppo eroi altalenante

Trailer

Screenshot

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